Fissare con una voce calda le trasparenze del soul sopra un rivestimento poliedrico (l'hip-hop di Vice col featuring di MidaZ The BEAST, il ''tiro'' house di New Shoes o il carattere jazz che trapela da canzoni come BLVD) e il MoZaic è completo. Così, grazie anche ad una fruttuosa campagna di crowdfunding, una ragazza di origine giamaicana-guyanese ha coronato il proprio sogno di dare corpo ad idee fin troppo tempo rimaste tali, fra strimpellate di chitarra, esami universitari (ha studiato infermieristica in Florida) e prove con il coro della chiesa. Questione di rivelazioni e di svolte improvvise (a questo si riferisce l'Unexpected Turns del titolo) supportate dall'eclettismo, dalla tenacia e dalla schiettezza di quanto viene messo in piazza. La veridicità può fare rima con inesperienza? Chissenefrega. Questo disco spacca uguale.
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Si chiama Jungle (band e album) la nuova chicca di casa XL e, benché l'associazione venga immediata, non viene accompagnata da tempi forti e breakbeat. In alternativa Josh Lloyd-Watson e Tom McFarland, i due britannici che hanno maturato l'idea di fondo, promuovono un sound che si piazza a metà strada fra il funky e la disco, impedendo che i falsetti, urban fino al midollo, sbilancino le quote. Potrà sembrare una stabilità precaria (e in effetti una pizzico di ripetività si avverte con lo scorrere delle tracce) ma funziona pure per questo: alla lunga le delimitazioni trasformano la musica in una zona di comfort in cui muoversi sereni e soddisfare le proprie esigenze emotive, rivivendo qualche piacevole ricordo (le strizzate d'occhio '70-'80s si sprecano). Ad accontentarsi, specie delle cose realizzate bene, a volte ci si guadagna.
''Who is this mysterious stranger?''. A chiederselo non è solo la voce in chiusura di Second Person, traccia numero due di The Orchid Days, ma chiunque entri in contatto con questo ultimo gioiello marcato Mello Music Group. La risposta diventa complicata se de L'Orange non esistono dati anagrafici precisi e la collocazione geografica, il North Carolina, è poco più che indicativa. Per fortuna, però, ogni perplessità viene sciolta col sopraggiungere della musica, suadente ed elegiaca (il nostro è un poeta e un provetto storyteller). Essendo più precisi si tratta di instrumental hip hop (o almeno in gran parte, viste le apparizioni di Blu, Billy Woods, Homeboy Sandman, Jeremiah Jae, Boog Brown ed Erica Lane) impregnato di sample old jazz, estratti radiofonici e soul. Come suggerisce Eventually, ''beautiful music''.
Andiamo subito al nocciolo: So it Goes va addentato senza remore anche se, trattandosi di un album d'esordio, il dubbio che si tratti di un frutto acerbo è lecito. Lecito ma infondato. Basterà controllare il marchio di denominazione di origine protetta (New York, la Grande Mela, grembo dell'hip hop e dei Ratking) e toccare con mano la buccia scura, invitante e rugginosa, per capire che il prodotto della crew di Harlem è una vera bontà. Difficile sputare la sua polpa croccante, carnosa e ricca di aromi (smooth jazz, avant, soul, echi giamaicani a iosa). Anzi, finirete per conservarne pure il torsolo, perché la parte preziosa resta sempre il seme. La differenza è che Wiki, Hak e Sporting Life non lo gettano alle proprie spalle per paura di perdersi lungo il percorso. Se lo portano in tasca, sguardo sicuro, fisso in avanti. E così sia.
Non è un caso che Oy, nome d'arte di Joy Frempong, abbia una certa assonanza al tipico òh di meraviglia, perché è questo il sentimento che prevale in tutti i cinquanta minuti di No Problem Saloon. Un tempo in cui ci si trova catapultati, come un un Alice all'inseguimento del Bianconiglio, in un mondo multicolor, lepido e versatile, interamente retto sull'equilibrio fra la musica africana e quella della contemporaneità occidentale. La cantante svizzero-ghanese intreccia corde vocali (spoken-word, soul, utilizzo di filtri e testi ad ampio raggio) e stili (le registrazioni live fatte in giro per il Continente Nero sono state sottoposte a vari ''trattamenti'' d'elettronica homemade) creando un melting pot che non fa una grinza. Ci si diverte, è indubbio, ma se ne esce fiacchi e non solo per la carica energetica che accompagna le tracce. Òh, vale la pena recuperarlo.
Che si faccia chiamare col diminutivo o col suo nome di battesimo, Nicholas Marcell Speed vanta una carriera da producer longeva e di tutto rispetto.
In questo senso The Beat Down rappresenta il classico punto della situazione, una pausa in cui riordinare di idee (e l'album, pur conservando una coerenza di fondo, è composto da 20 archetipi di canzoni, trattandosi di frammenti che superano i due minuti di durata in un solo caso) e mettere sul tappeto esperienze e propositi.
L'impressione è che la scelta fatta dal trentatreenne di Detroit cada su un sound in vacillamento fra old e new school (differenza percepibile, ad es., fra Swagger 2 The Max e The Agent, non a caso poste ad inizio del lato B), fra ''soul'' e macchina.Hip-hop tradizionale ma puro come acqua di sorgente.
In questo senso The Beat Down rappresenta il classico punto della situazione, una pausa in cui riordinare di idee (e l'album, pur conservando una coerenza di fondo, è composto da 20 archetipi di canzoni, trattandosi di frammenti che superano i due minuti di durata in un solo caso) e mettere sul tappeto esperienze e propositi.
L'impressione è che la scelta fatta dal trentatreenne di Detroit cada su un sound in vacillamento fra old e new school (differenza percepibile, ad es., fra Swagger 2 The Max e The Agent, non a caso poste ad inizio del lato B), fra ''soul'' e macchina.Hip-hop tradizionale ma puro come acqua di sorgente.
Mutuare il moniker da un radio show evangelico per DM Stith e John-Mark Lapham, omosessuali dichiarati costretti a crescere in famiglie improntate all'eccesivo moralismo, è stato quanto mai catartico. E Scorpio Little Devil, opera prima dei The Revival Hour, sa di liberazione come pochi altri dischi al mondo. Potere di due menti che rompono schemi e sovrastrutture e si lasciano cadere all'indietro, sicuri che qualcuno le sorreggerà. L'apertura pomposa degli arti (da un lato le radici religiose di soul e gospel, dall'altro l'elettronica) e la presa del cantato in falsetto evitano che i dieci abbandoni siano rovinosi e che la fiducia sia intaccata dalla parabola del corpo verso il pavimento continuamente soggetta a deviazioni psych, pop 60's, doo-wop, folk, dark e avant rock. Detto ciò, come non dargli fiducia a nostra volta?
Ai Fire! il gusto per le collaborazioni non è mai mancato ma per l'uscita di Exit! non c'è stata cernita: un invito esteso a ben 24 elementi della scena jazzistica scandinava. Una vera orchestra, per l'appunto.
Tanto quanto occorreva per stendere due lunghe partiture/jam session e "speziare" il sound del trio svedese (Mats Gustafsson al sax, Andreas Werliin alla batteria e Johan Berthling al basso), essenzialmente free, con le coloriture black delle voci, tutte femminili (da brividi l'intro dell'etiope Sofia Jernberg in Exit! Part Two), fra vagiti kosmische, sforate noisy, riflessioni elettroacustiche, sviluppi post-rock, in un complesso scenario da settima arte.
Così avant da far sembrare superato il concetto di barriera, al punto che, una volta entrati nel disco, non sarà facile uscirne.
Exit! Part One by Fire! OrchestraTanto quanto occorreva per stendere due lunghe partiture/jam session e "speziare" il sound del trio svedese (Mats Gustafsson al sax, Andreas Werliin alla batteria e Johan Berthling al basso), essenzialmente free, con le coloriture black delle voci, tutte femminili (da brividi l'intro dell'etiope Sofia Jernberg in Exit! Part Two), fra vagiti kosmische, sforate noisy, riflessioni elettroacustiche, sviluppi post-rock, in un complesso scenario da settima arte.
Così avant da far sembrare superato il concetto di barriera, al punto che, una volta entrati nel disco, non sarà facile uscirne.
*la traccia audio è un estratto
Quella di attualizzare stili e modelli di un'epoca storica e musicale precendente è pratica diffusa. Fra i revivalisti dell'ultima ora occupa un ruolo marginale ma non per questo qualitativamente basso, Bo Keeney, ventitrenne losangelino traslocato a Winchester con una valigia piena di intuizioni, locandine di vecchie ballrooms e qualche 78 giri di Frank Sinatra.
E proprio l'amore per l'arte del crooning è alla base di Don't You Worry Ep, ep scritto, arrangiato e prodotto da questo giovane talento in erba.
Tre tracce (più due remix, di cui firmato dai Breton) che trapiantano un cuore sano e pulsante soul/swing in un petto forgiato da lunghe sessioni di dubstep (la titletrack), slow funky (specie nei riff di chitarra) ed elettronica spiccia. Sembra un connubio rischioso ma la formula funziona.
Don't You Worry by Bo Keeney
Tre tracce (più due remix, di cui firmato dai Breton) che trapiantano un cuore sano e pulsante soul/swing in un petto forgiato da lunghe sessioni di dubstep (la titletrack), slow funky (specie nei riff di chitarra) ed elettronica spiccia. Sembra un connubio rischioso ma la formula funziona.
Soul, or No Soul, that is the question. Chissà quante volte se lo saranno chiesti Simon Miller ed Andy Yeoh, rispettivamente voce/chitarra e voce/batteria dei Hot Fiction, durante la registrazione del loro secondo lavoro. Un interrogativo che Apply Within (autoprodotto e in free download) decide giustamente di non sciogliere, nel tentativo assai riuscito di trarre giovamento sia dall'uno che dall'altro. Un'impasse voluta su cui i due londinesi costruiscono la loro idea sonora, quel "soulful awakening" macchiato di blues in cui i riff sporchi si sfilano le scarpe sull'uscio e lasciano soltanto le orme calde sul pavimento di un cantato intimo, d'atmosfera. Forse il tutto soffre la mancanza di un definitivo e decisivo picco emotivo, ma, chi se ne frega, per una volta si sta bene anche nel dubbio.
No Soul by Hot Fiction
Quella del cantautore inglese Danny Coughlan, in arte Crybaby, è una mano talmente ferma ed ispirata al punto da disegnare alla perfezione l'area territoriale esclusa dalla cartografia delle Badlands di Dirty Beaches. Questione di limiti temporale (il cannocchiale puntato ancora sugli anni 50) e cifra stilistica (una produzione spectoriana al posto di un approccio lo-fi). Voce calda e aria da crooner, Crybaby evoca l'America del dopoguerra e l'ascesa dei Teddy Boys nel Regno Unito, evitando gli eccessi che avevano bollato quell'epoca. Meno divismo hollywoodiano e abbondanza, più introspezione (ballads a tutto soul come Armies Of Darkness) e semplicità negli arrangiamenti (le chitarre jangly di We're Supposed Be In Love, l'efficace beat r'n'r di Twist Of The Knife). In un gioco di parole tutto anglosassone meno bold (sfacciato) e più bald (sobrio ma anche calvo, proprio come Danny).
Purtroppo in rete di ufficiale esistono solo un'altra preview, oltre a quella postata poco sopra (Shame) e per problemi legati al copyright non è possibile fare nessun tipo di upload su soundcloud.
Soffrite di amnesia anteretrograda e l'unico ricordo nitido di musica soul/r'n'b è racchiuso in una delle tante anthology firmate Motown Records? Tranquilli, da Chicago è in arrivo un rimedio definitivo: Pineapple Now-Laters. Diciotto compresse a base di distensivi intrecci vocali e beat ovattati, che tastano il polso alla musica afroamericana post '80s, aumentando la capacità di immagazzinare stili e sensibilità contemporanee a mo' di bignami. A sintetizzare l'efficace proteina Brian Sledge, in arte BJ The Chicago Kid, avvalsosi di una formazione accademica old school (dal jazz al funk fino al rap) e di un'equipe di tutto rispetto (Kendrick Lamar ospite, 1500 Or Nothing fra i produttori). Un solo ciclo di cure e ne sarete assuefatti.
Dopotutto non si dice che anche l'amore è tutta una questione di chimica?
His Pain II by BJ The Chicago Kid Feat. Kendrick Lamar
Dopotutto non si dice che anche l'amore è tutta una questione di chimica?
Prima o poi tocca a tutti fare i
conti con lo specchio, con quanto gli altri riescano a cogliere di noi: una
risposta tangibile ma parziale, una bellezza illusoria. Invece, l'immagine riflessa da All Hell riesce a travalicare la fisionomia di Daugh Gibson, trentunenne americano che per anni si è nascosto dietro il volante di autoarticolato e la grancassa di una stoner band, descrivendo fedelmente, e senza l'assillo di piacere (o il rischio di piacersi troppo), corpo ed anima per poi restituirli all'occhio trasfigurati.
Il suo è un country-soul filiforme ed accigliato, dalla mascella bene in vista (la scheletrica Bad Guy) e con due bei pettorali sui quali affiora un nugolo di peli spazzolati col post-dubstep, il baroque pop e samples vari. Detto così non stimolerà chissà quali pulsioni carnali ma il suo è un fascino che stende.
Tiffany Lou by Daughn Gibson
Il suo è un country-soul filiforme ed accigliato, dalla mascella bene in vista (la scheletrica Bad Guy) e con due bei pettorali sui quali affiora un nugolo di peli spazzolati col post-dubstep, il baroque pop e samples vari. Detto così non stimolerà chissà quali pulsioni carnali ma il suo è un fascino che stende.
Tiffany Lou by Daughn Gibson
Disco e carte astronomiche alla mano, si potrebbe affermare senza ombra di dubbio che il mondo di Mo Kolours, cantante e percussionista di origine mauritana, ruoti tutto intorno al tamburo (che sia fatto di pelle tesa e legno o di piccoli tasti da pigiare) e il tamburo a sua volta faccia perno su sonorità black, dal soul all'hip-hop, completando il moto avvolgente per effetto di gravitazioni dub e attriti electro.
Si finisce col restare volontariamente in apnea prima di liberare i polmoni di quel piacere sottile che li riempiva. Giusto del fumo avviluppato a pochi centimetri dalla bocca che un attimo dopo, avida, se lo riprende.
Biddies by Mo Kolours







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