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Lino Capra Vaccina - Antico Adagio

Sarà capitato un po' a tutti di rovistare nelle tasche di vecchi jeans e trovarvi all'interno delle banconote stropicciate ma ancora in corso. La medesima sensazione di stupore e giubilio la si ha poggiando sul piatto Antico Adagio, ri-edit in vinile (e cd a tiratura limitata) dell'esordio discografico di Lino Capra Vaccina datato 1978. Il materiale, curato dalla Die Schachtel e accompagnato da un secondo lp (Frammenti da Antico Adagio, nda) contenente tracce della stessa sessione ma mai rilasciate prima, costituisce un ottimo punto di partenza per evitare l'ingiusto oblio ad un disco e a un musicista, ex Aktuala e Telaio Magnetico, valorizzati meno di quanto il loro valore richiedesse. In bilico fra avanguardia e primordialità (specie nelle voci a cura di Juri Camisasca e dello stesso Vaccina), percussioni word e avvisaglie new-age, oltre l'usura del tempo.

Adult Jazz - Gist Is

Si chiamano Adult Jazz ma non hanno il sound maturo di Alan Barnes benché con questi dividano la città di formazione. La differenza sta nelle scelte e quelle del quartetto di Leeds non includono assoli di sassofono e un approccio conservativo al genere di riferimento (nel caso di Barnes il bebop) ma una spontanea attitudine ai viaggi esplorativi. Volendo dare coordinate più precise, Gist Is lambisce le coste ben delineate della musica pop alla ricerca di un'insenatura, spaziosa il giusto, alla quale attraccare e scaricare quanto ''razziato'' in avan(t)scoperta: pescato folk e jazz, pepite world d'estrazione tipicamente africana, vettovaglie experimental rock, tesori gospel e psych.
Un bottino impensabile se al timone non ci fosse Harry Burgess, un Magellano delle corde vocali. Il resto è semplice: levare l'ancora, seguire la rotta.

/f - pq:f

Una secure digital e connettore RCA chiusi in una custodia traparente di una musicassetta a sua volta poggiata sopra una piadina. Sembrerebbe lo scherzo di uno studente di ingegneria dopo una notte di bisboccia al Pratello ed invece è l'immagine simbolo che /f ha scelto per il suo ƒ sj J¶JF : Pq​~​; ?​?​?​/​a​/​a/ J#​(​. . a a9, (pq:f, per gli amanti della semplicità), edito da Psalmus Diuersae. Che poi, anche detta così, assume lo stesso il sapore di una bufala, cosa che ovviamente non è. Anzi, la ricetta è piuttosto apprezzabile. Non se ne conosce la provenienza (Spagna?) e nemmeno il sesso e l'identità di chi l'ha appuntata (se non qualche altro moniker utilizzato per altri progetti) ma la capacità di manipolare i glitch impastandoli con un pizzico di altri generi (classical, house o drum'n'bass) parla per da sola. Da servire caldo in un piatto...del giradischi.

Katie Gately - Katie Gately

Una voce di serica stoffa che si fa largo fra le pareti strette e ruvide di una grotta. Questo, in breve, l'omonimo lp di Katie Gately, giovane cresciuta a Brooklyn con la passione per il cinema (laurea in Film Production all'USC) e per le manipolazioni sonore. Un debutto che fondamentalmente si basa sull'equilibrio fra le luci del cantato e il grigio di un tappeto sonoro sul quale si drizzano concrezioni industrial, discrepanze elettroniche (contrasto nel contrasto, le digressioni ambient sporcate da rumori naturali, simili allo strascicamento di una pietra, che sottolineano il carattere fattuale di questo metaforico addentrarsi nelle cavità del pop) e corrodimenti vari.
Non un vero e proprio traghettamento nell'oltretomba ma un sensato (e sensibile) galleggiamento fra suono fenomenico e suono in divenire.

The Revival Hour - Scorpio Little Devil

Mutuare il moniker da un radio show evangelico per DM Stith e John-Mark Lapham, omosessuali dichiarati costretti a crescere in famiglie improntate all'eccesivo moralismo, è stato quanto mai catartico. E Scorpio Little Devil, opera prima dei The Revival Hour, sa di liberazione come pochi altri dischi al mondo. Potere di due menti che rompono schemi e sovrastrutture e si lasciano cadere all'indietro, sicuri che qualcuno le sorreggerà. L'apertura pomposa degli arti (da un lato le radici religiose di soul e gospel, dall'altro l'elettronica) e la presa del cantato in falsetto evitano che i dieci abbandoni siano rovinosi e che la fiducia sia intaccata dalla parabola del corpo verso il pavimento continuamente soggetta a deviazioni psych, pop 60's, doo-wop, folk, dark e avant rock. Detto ciò, come non dargli fiducia a nostra volta?

Micah Gaugh - The Blue Fairy Mermaid Princess

Piccola preambolo: The Blue Fairy Mermaid Princess non è un disco, nel senso che non è stato pensato come tale ma in quanto gesto estemporaneo, idea ancora allo stato larvale. Se in pieno XXI secolo lo è diventato il merito è solo dell'Africantape che ha scartabellato il "faldone" degli inediti di Micah Gaugh, artista a tutto tondo e al fianco di personaggi del calibro di Arto Lindsay, John Zorn e Ian Williams, restando fulminata da dodici tracce registrate dallo stesso Gaugh fra il 1994 e il 1997 in compagnia dei fidi Kevin Shea (batterista e membro dei Talibam!) e Daniel Bodwell (contrabbasso). Ci si trova di fronte a delle architetture impro-vvisate, rimodellate di continuo, soprattutto per quanto riguarda l'aspetto melodico, dalla voce sporca dello statunitense e dal carattere free del jazz.
Incompiuto e sperimentale ma in ogni caso da riscoprire.
Girl by Micah Gaugh Trio

Fire! Orchestra - Exit

Ai Fire! il gusto per le collaborazioni non è mai mancato ma per l'uscita di Exit! non c'è stata cernita: un invito esteso a ben 24 elementi della scena jazzistica scandinava. Una vera orchestra, per l'appunto.
Tanto quanto occorreva per stendere due lunghe partiture/jam session e "speziare" il sound del trio svedese (Mats Gustafsson al sax, Andreas Werliin alla batteria e Johan Berthling al basso), essenzialmente free, con le coloriture black delle voci, tutte femminili (da brividi l'intro dell'etiope Sofia Jernberg in Exit! Part Two), fra vagiti kosmische, sforate noisy, riflessioni elettroacustiche, sviluppi post-rock, in un complesso scenario da settima arte.
Così avant da far sembrare superato il concetto di barriera, al punto che, una volta entrati nel disco, non sarà facile uscirne.
Exit! Part One by Fire! Orchestra

*la traccia audio è un estratto 

Dan Melchior - The Backward Path

Spesso amore e malattia condividono la medesima condizione di equilibrio precario, minacciate da una forza magnetica che non appaga ma per lo più divora. Una forza controbilanciabile solo con la tenacia e l'àgape. In questo senso The Backward Path rappresenta il baricentro su cui il cantautore londinese Dan Melchior concentra il peso della malattia che ha colpito la moglie Letha e quello di un amore incondizionato verso quella stessa donna. Un disco che si nutre della perfetta corrispondenza dei suoi elementi antitetici: speranza e scoramento, pace e agitazione, che trovano il centro di gravità in una chitarra acustica che sputa ballads blues e strumentali ambient/noise. Il ricavato della prima tiratura andrà in un fondo attivato per l'acquisto dei farmaci antitumorali per Letha, ergo ''donategli'' un ascolto.
All The Clocks by Dan Melchior

Boxeur The Coeur - November Uniform

'[...] Ho più cicatrici nell'anima che sulle sopracciglia. Le ossa rotte non sono nulla in confronto ad un cuore spezzato è [...]', scrive il poeta Paul Polansky in "L'imbattuto" e Pabliz Yocka aka Paolo Iocca (Franklin Delano, Blake/e/e/e, ...A Toys Orchestra) con il nuovo progetto, per l'appunto Boxeur The Couer, lo prende in parola. Perché November Uniform è un disco che infila i guantoni e colpisce il pop al fianco destro, lo disorienta con montanti kraut (il drone di Forewords), dritti sintetici (Essay On Holography) e lo mette all'angolo a furia di finte freak-folk, senza però mandarlo al tappeto o schivare le tracce.
Qui contano le movenze, spesso riviste al rallentatore (le atmosfere ambient in cui è calata Low Tide Lost At Sea) o in loop, le gambe che danzano, i pugni agitati nell'aria. Conta che la ferita sanguini bene e in tutta la sua bellezza. Our Glowing Days by Boxeur The Coeur

Za! - Megaflow

Gli Za! sono una gigantesca Pangea al contrario, con i generi che si scontrano fra loro come placche tettoniche, disegnando una stramba e affascinante geografia sonora.
Megaflow è il nome di questo nuovo continente dai confini frastagliati e piuttosto suscettibili, solcati dal duo catalano (Papa Dupau e Spazzfrica Ehd) con una zattera di fortuna ottenuta da elementi d'avanguardia e scarti stilistici (math, free-jazz e kraut su tutti).
Niente bussole o programmi di viaggio. Solo ventate di noise a gonfiare la vela e amore per l'avventura a solleticare i cuori.
Sembra di essersi persi nell'Africa nera, ostaggi di una tribù autoctona: tutti euforici intorno alla pentolaccia ribollente sul falò, pronti a sacrificare questo disco prelibato al dio supremo della musica.

Nanavividedeñaña by Za!

Undivided - Moves Between Clouds

Gli Undivided devono avere un certo feeling con i rompicapi.
Per l'abilità con cui si muovono sul palco (e Moves Between Clouds non è altro che un live recording di una loro tappa a Varsavia), sembra quasi che maneggino gli strumenti come tasselli di un puzzle da associare a naso.
Da questo gioco di incastri e ricerca ne viene fuori una figura free-jazz elastica posta all'interno di una cornice che copre quasi per intero la gamma del blu.
L'ensemble capeggiato dal polacco Waclav Zimpel mostra la solita sensibilità verso le forme aperte dell'improvvisazione avanguardista, alternando stasi e trepidazione, ma in modo più pacato rispetto al precedente Passion.
Impreziosiscono il tutto le traiettorie melodiche fornite dal clarinettista statunitense Perry Robinson, ultimo e adeguato pezzo inserito nel quintetto.
Classe pura da 0 a 99 anni.

Hoping The Morning Say by Undivided