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Dan Mangan + Blacksmith - Club Meds

Alla fine arriva un po' per tutti il tempo di tirare le somme e, se necessario, intraprendere strade diverse rispetto al passato, comprese quelle meno comode e conosciute. A questo fatidico bivio il polistrumentista canadese Dan Mangan ci è arrivato dopo tre lp e numerosi premi racimolati lungo il tragitto. Un momento magari inconsueto ma sicuramente propizio ad ascoltare Club Meds: un'autentica inversione di marcia affrontata in compagnia dei conterranei Blacksmith. In una sorta di cupa introspezione, adesso il viso nello specchio, rigato da un riff rock o dall'elettronica, brama il muro di suono e piange il suo peccato originale, il folk da faccia pulita degli esordi, espiandolo con magri ricordi (i fiati di New Skies e di Vessel, il calore della voce), arrangiamenti articolati e testi sottili. Autoindulgenza più maturazione uguale artista fine.

Warias - Wools Ep

Da qualsiasi prospettiva la si guardi (e la si ascolti), l'opera numero uno di Matteo Salviato, già bassista dei The Soft Moon, e Giulio Marzaro ha nella doppia vi la sua costante. Non per nulla il duo ha deciso di chiamarsi Warias e di intitolare questa piccola autoproduzione Wools. Ma non finisce qui.
Le quattro canzoni che lo compongono non solo sono state incise a Venezia, che di v ne ha una sola ma è a ovest (indicato sulla rosa dei venti con una W) dello Stivale, ma hanno linee del pentagramma che si estendono un po' a sud del mondo, e in questo caso w sta per world music, e un altro po' a nord in direzione Inghilterra, culla della new wave. Ricapitolando, chitarre ruvide, percussioni incalzanti e gelida elettronica (Dune) che danzano su polverosi tappeti intrecciati nella Western Asia (Bali). Altro ancora? Ah, W i Warias.

The Ministry Of Wolves - Music From Republik Der Wölfe

La figura del lupo, mannaro e non, è tanto inflazionata che un disco volutamente devoto al canide in questione potrebbe sembrare una semplice operazione commerciale. Invece, il lavoro di Alexander Hacke, Mick Harvey, Danielle de Picciotto e Paul Wallfisch, in arte The Ministry Of Wolves è tutto fuoché superfluo ed anche se alla base un sottotesto popolare (le poesie del premio Pulitzer Anne Sexton ispirate dalle fiabe dei fratelli Grimm) la stesura finale ha un'anima propria, vivida e regale. Un esemplare unico che si muove fra i boschi dell'art rock, in mezzo alle ombre del dark cabaret e del folk (la gotica Rumpelstiltskin, la ballata di Cinderella), seguendo le orme di Cave come un attore sul proscenio (il tutto nasce per far da colonna sonora ad uno spettacolo teatrale). Cala il sipario, inchino di gruppo e applausi.

Nadine Shah - Love Your Dum And Mad

Ardenti ghazal e glacialità scandinava nelle vene, Nadine Shah vive a Londra ma non lo fa in pieno giorno o nel caos di Trafalgar Square.
A sentirla cantare, così sinistra e così teatrale, te la immagini dietro un lume di candela, avvolta nel fumo di una sigaretta, qualche metro dietro rispetto al boccascena. Non esaspera mai toni, non pone mai l'insieme in posizione subordinata al singolo elemento, che paia ossessiva (Aching Bones, vagamente industrial, The Devil) o ariosa (Winter Reigns, il valzer di Dreary Town), così divisa fra nude melodie di piano e chitarra acustica e suoni più aspri. Perché, svincolatosi abilmente dagli stereotipi, Love Your Dum And Mad attinge dal repertorio dark con la stessa delicatezza ed innocenza di chi coglie una rosa senza romperne il calice ma appoggiando i polpastrelli sulle spine.

The Revival Hour - Scorpio Little Devil

Mutuare il moniker da un radio show evangelico per DM Stith e John-Mark Lapham, omosessuali dichiarati costretti a crescere in famiglie improntate all'eccesivo moralismo, è stato quanto mai catartico. E Scorpio Little Devil, opera prima dei The Revival Hour, sa di liberazione come pochi altri dischi al mondo. Potere di due menti che rompono schemi e sovrastrutture e si lasciano cadere all'indietro, sicuri che qualcuno le sorreggerà. L'apertura pomposa degli arti (da un lato le radici religiose di soul e gospel, dall'altro l'elettronica) e la presa del cantato in falsetto evitano che i dieci abbandoni siano rovinosi e che la fiducia sia intaccata dalla parabola del corpo verso il pavimento continuamente soggetta a deviazioni psych, pop 60's, doo-wop, folk, dark e avant rock. Detto ciò, come non dargli fiducia a nostra volta?

Ela Orleans - Tumult In Clouds

Tumult In Clouds è un nube di nebbia che si srotola per advezione.
Umida, salina, dilatata e con pochi spiragli. Il sole vi penetra a fatica senza riuscire a riscaldare l'aria, senza raggiungere il terreno che resta diaccio. Tutto resta sospeso fra la notte e il giorno (dal d'n'b sghembo e in bassa fedeltà di Clangers In The Night ai respiri kraut di Risk Trip To The Underworld, passando per il 60's pop di In The Night, lo schizzo chiptune di Diving In The Wreck e la spettrale Rolling Waters, gli esempi si sprecano), in quell'ora (tanto dura questo doppio LP) che i fotografi chiamano blu.
Sembra di essere su una spiaggia della Pomerania (anche se Ela Orleans è cresciuta ad Auschwitz, nel sud della Polonia, prima di trasferirsi negli States), con il Baltico che ti bagna i piedi e poi svanisce all'orizzonte.
Longing by Ela Orleans

Mirroring - Foreign Body

Simile ad una pellicola fotografica, Foreign Body fa della sensibilità una delle sue caratteristiche principali.
Tempi di esposizioni dilatati, luci tiepide, informazioni che si memorizzano sull'immagine che è latente così come accade per i negativi, quando l'intensità dei colori si inverte.
E alla base del progetto Mirroring c'è proprio lo scambio, l'avvilupparsi di due menti femminee (Liz Harris aka Grouper e Jesy Fortino, meglio conosciuta come Tiny Vipers), strato sopra strato, drone sopra drone, in mezzo ai quali idee musicali diverse si emulsiano, quasi calamitate.
Trame dark impenetrabili, chitarre spettrali, voci fotosensibili, fruscii folk ed altri che vengono chissà da quale angolo nascosto della notte.
Qualcosa, insomma, che viene molto bene anche senza mettersi in posa.

Silent From Above by Mirroring