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Urali - Urali

Una collisione fra un cantato flebile e controllato e una chitarra terrigena tale da cancellare, attraverso l'omissione dell'elemento ritmico, la linea che separa la forma-canzone e la drone music dal bruitismo del noise e dello shoegaze. Si estrinseca così l'orogenesi di Urali, disco e moniker frutto della mente del riminese Ivan Tonelli, già Shelly Johnson Broke My Heart nonché membro fondatore del colletivo Stop Records. Un esordio autoprodotto tanto proteso verso la limpidezza del cielo (The Flux e The Town costituscono, in questo senso, lo zenit acustico dell'opera) quanto calato in una litosfera ricca di saturazioni, abrasioni e faglie elettroniche (The Lover (Mistress), pregevole cover del pezzo dei Red House Painters). Fate il biglietto, mettetevi comodi e lasciatevi trasportare come una mano lungo i fianchi della persona amata.

Oliver Wilde - A Brief Introduction To Unnatural Lightyears


Mai sottovalutare il potere catartico di un negozio di dischi.
Lo sa bene Rob Gordon, protagonista di un famoso romanzo di Nick Hornby, ma anche Oliver Wilde, di giorno commesso in un record store di Bristol e cantautore al chiaroscuro della sua cameretta. A rendere possibile la seduta di analisi un laptop e una chitarra che fungono da chaise-lounge, un monotono paesino di campagna a fare da set e una combinazione di glitch-pop, lo-fi, folk e shoegaze come accelerante del transfert. L'approccio terapeutico di A Brief Introduction To Unnatural Lightyears permette al giovane cantautore inglese di portare alla luce, attraverso una voce ''leggera'', emozioni e predisposizioni dell'animo rimaste a lungo sopite nell'inconscio. Un'esperienza emotiva consigliata a tutti.

Hookworms - Pearl Mystic

Nonostante si celino dietro un velo di mistero (dei componenti della band si conoscono solo le iniziali) e feedback, gli Hookworms mettono in piazza il loro amore per il rock psichedelico attraverso le melodie incalzanti, sporche (il fuoco noise che infiamma Preservation) e i rapimenti (Walk We Talk About, gli interludi dronici di I, II e III) del disco d'esordio dopo una manciata di singoli ed ep. E lo fanno con genuinità, lasciando all'istinto il compito di erigere le barricate lungo gli argini, anche a costo di dare ai sentimenti e ai suoni un flusso senza variazioni e filtri particolari. Pare quasi che il quintetto di Leeds se ne stia seduto sulla sponda e che aspetti implacabile il passaggio della prossima vittima. Perché saranno pure torbide le acque di Pearl Mystic ma sanno come invogliare al tuffo l'ascoltatore.
In Our Time by Hookworms

Jesse Ruins - Dream Analysis 7''


Sulla carta d'identità di (o dei?) Jesse Ruins c'è un'unica fotografia in cui testa e piedi restano fuori dall'obiettivo. Il simbolo monarchico giapponese sulla prima facciata e pochi dati consunti all'interno. Nome e cognome, anno di nascita, il 2011, e Tokyo come città di residenza. La voce corrispondente al sesso è illeggibile. Forse maschio, forse femmina, forse tutte e due, androgini come i tratti somatici della sua/loro musica: un interessante mix di shoegaze e chillwave in cui la voce, anch'essa indecifrabile, viene seppellita sotto un cumulo di synth e palate di umido terriccio 80s. Una sensazione simile a quella di rispolverare un vecchio VHS e scoprire che l'immagine è sgranata, l'audio compresso e nonostante ciò il pollice continua a tenersi a debita distanza dal tasto “stop”.