Pur non trattandosi di un debutto nudo e crudo (la metà delle tracce del disco era presente già in Psychic Death Hole, ep del 2012, uscito su cassetta e in gran parte ignorato) e di un sound in linea con i tempi (siamo dalle parti della psichedelia anni '60), l'omonimo lp di Morgan Delt, grafico statunitense con la passione per i suoni acidi e la bassa fedeltà, ti arriva in faccia con una ventata di freschezza proprio perché riesce a farti sentire nelle pieghe del corpo quanto sia leggero il peso del tempo che passa. Direbbe Anna Magnani -: Le rughe non coprirle che ci ho messo una vita a farmele venire. Undici piccoli mulinelli che alzano un polverone di riverberi garage, echi power-pop e folli melodie folk, il cui ritmo e direzione è dettato esclusivamente dalla visione spiazzante di questo biondo losangelino. Fra la paura di perdersi e la certezza che quei segni sbiaditi a terra siano la via di casa.
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Mai sottovalutare il potere catartico di un negozio di dischi.
Lo sa bene Rob Gordon, protagonista di un famoso romanzo di Nick Hornby, ma anche Oliver Wilde, di giorno commesso in un record store di Bristol e cantautore al chiaroscuro della sua cameretta. A rendere possibile la seduta di analisi un laptop e una chitarra che fungono da chaise-lounge, un monotono paesino di campagna a fare da set e una combinazione di glitch-pop, lo-fi, folk e shoegaze come accelerante del transfert. L'approccio terapeutico di A Brief Introduction To Unnatural Lightyears permette al giovane cantautore inglese di portare alla luce, attraverso una voce ''leggera'', emozioni e predisposizioni dell'animo rimaste a lungo sopite nell'inconscio. Un'esperienza emotiva consigliata a tutti.
Lo sa bene Rob Gordon, protagonista di un famoso romanzo di Nick Hornby, ma anche Oliver Wilde, di giorno commesso in un record store di Bristol e cantautore al chiaroscuro della sua cameretta. A rendere possibile la seduta di analisi un laptop e una chitarra che fungono da chaise-lounge, un monotono paesino di campagna a fare da set e una combinazione di glitch-pop, lo-fi, folk e shoegaze come accelerante del transfert. L'approccio terapeutico di A Brief Introduction To Unnatural Lightyears permette al giovane cantautore inglese di portare alla luce, attraverso una voce ''leggera'', emozioni e predisposizioni dell'animo rimaste a lungo sopite nell'inconscio. Un'esperienza emotiva consigliata a tutti.
Tumult In Clouds è un nube di nebbia che si srotola per advezione.
Umida, salina, dilatata e con pochi spiragli. Il sole vi penetra a fatica senza riuscire a riscaldare l'aria, senza raggiungere il terreno che resta diaccio. Tutto resta sospeso fra la notte e il giorno (dal d'n'b sghembo e in bassa fedeltà di Clangers In The Night ai respiri kraut di Risk Trip To The Underworld, passando per il 60's pop di In The Night, lo schizzo chiptune di Diving In The Wreck e la spettrale Rolling Waters, gli esempi si sprecano), in quell'ora (tanto dura questo doppio LP) che i fotografi chiamano blu.
Sembra di essere su una spiaggia della Pomerania (anche se Ela Orleans è cresciuta ad Auschwitz, nel sud della Polonia, prima di trasferirsi negli States), con il Baltico che ti bagna i piedi e poi svanisce all'orizzonte.
Longing by Ela Orleans
Umida, salina, dilatata e con pochi spiragli. Il sole vi penetra a fatica senza riuscire a riscaldare l'aria, senza raggiungere il terreno che resta diaccio. Tutto resta sospeso fra la notte e il giorno (dal d'n'b sghembo e in bassa fedeltà di Clangers In The Night ai respiri kraut di Risk Trip To The Underworld, passando per il 60's pop di In The Night, lo schizzo chiptune di Diving In The Wreck e la spettrale Rolling Waters, gli esempi si sprecano), in quell'ora (tanto dura questo doppio LP) che i fotografi chiamano blu.
Sembra di essere su una spiaggia della Pomerania (anche se Ela Orleans è cresciuta ad Auschwitz, nel sud della Polonia, prima di trasferirsi negli States), con il Baltico che ti bagna i piedi e poi svanisce all'orizzonte.
Quando una lama affilata punta al cuore ma senza lo scopo precipuo di penetrarlo vengono fuori cose come 12 Bar Bruise, debut-album degli australiani King Gizzard & The Lizard Wizard. Basta sostituire l'oggetto tagliente con un trittico di chitarre temperate con una massiccia dose di garage rock e strusciarlo su un burroso muscolo cardiaco che pompa melodie surf pop, lo-fi e cori isterici e psych per provare la stessa piacevole follia. Un gesto rapido il cui effetto permane a lungo, segno di quanto i 7 di Melbourne siano capaci con un'armonica, un theremin e poco altro: taglienti, diretti e argentei quanto una lama che non si tinge di sangue nemmeno se va dritta al punto e si ritrae.
Muckraker by King Gizzard & The Lizard Wizard
All'apparenza la scritta ''Ebony'' in copertina sembrerebbe fuorviante per un disco lo-fi come quello di Dean Blunt e Inga Copeland, che altro non è che il duo Hype Williams. Eppure dissotterrando le radici di questo lavoro prodotto da casa Hyperdub i concetti di densità e cupezza tipici dell'ebano affiorano con una certa preponderanza.
Il terreno sul quale si annidano le quindici tracce senza titolo (eccezion fatta per la jazzata Venice Dreamway), infatti, è quello dei bassifondi metropolitani, fatto di tombini fumanti, strano viociare, tensione latente. E calcare certi marciapiedi a notte fonda ti dona lo stesso senso di distacco, di alterazione mentale, di smarrimento che pervade il sound di Black Is Beautiful: beat decompressi a metà strada fra dub, rap e psych, synth deviati, astrazioni.
10 by Dean Blunt And Inga Copeland
Il terreno sul quale si annidano le quindici tracce senza titolo (eccezion fatta per la jazzata Venice Dreamway), infatti, è quello dei bassifondi metropolitani, fatto di tombini fumanti, strano viociare, tensione latente. E calcare certi marciapiedi a notte fonda ti dona lo stesso senso di distacco, di alterazione mentale, di smarrimento che pervade il sound di Black Is Beautiful: beat decompressi a metà strada fra dub, rap e psych, synth deviati, astrazioni.
Dallo Zimbabwe, dov'è nato, fino alla Nuova Zelanda, dove risiede, e da lì via per il resto del mondo, attraverso la fitte maglie della rete (una pagina soundcloud, due mixtape in free download e tre tumblr): questo è l'atipico viaggio del diciassette Mzwethu Ngubane, in arte Loui The Zu.
Un lungo peregrinare che ha fatto proseliti ad ogni tappa.
Cosa naturale se si considerano le doti da guru del nostro e la somiglianza di LBSB: The Fruits Of My Labour a un vero e proprio credo in cui tutto ruota intorno ad uno spirito unico e puro, quello del rap do it yourself, ma racchiuso in tre figure ben distinte: beat rassicuranti (la chillwave di I Want You To Know, il piano di Broken Mercedes), metriche difettose ed elettronica che naufraga nel misticismo. Ascoltatelo e andate in pace.
Stranger by Loui The ZU
Un lungo peregrinare che ha fatto proseliti ad ogni tappa.
Cosa naturale se si considerano le doti da guru del nostro e la somiglianza di LBSB: The Fruits Of My Labour a un vero e proprio credo in cui tutto ruota intorno ad uno spirito unico e puro, quello del rap do it yourself, ma racchiuso in tre figure ben distinte: beat rassicuranti (la chillwave di I Want You To Know, il piano di Broken Mercedes), metriche difettose ed elettronica che naufraga nel misticismo. Ascoltatelo e andate in pace.
Proprio dalla rilettura del pop anni '80 si sviluppa Afterlife, solo che in questo caso il nostro non usa synth e chitarre reverberate unicamente come tana sicura ma ne fa una rampa per spingersi oltre, quasi fino a immergersi nelle luminescenze solari.
Canzoni quali Always/Never e Firsts, però, sembrano comunque preferire il fresco del terreno e si muovono a mo' di muschio, in modo capillare e flemmatico, assorbendo quanto di più umido ci sia nei dintorni (per lo più lo-fi, con brevi periodi di siccità ambient) ed incantando con melodie, quelle sì abbaglianti, che ben si adatterebbero ad una favola antica.
Un disco, insomma, a lieto fine.
Always/Never by Little Chords
Un condotto preferenziale attraverso il quale la musica di Carpa Koi, il cantautore siciliano Giacomo Maria, risale il corpo dell'ascoltatore per poi tuffarsi nella foce a delta della corteccia cerebrale.
Questo è I Torni Non Contano, un esordio sommesso ma capace di congiungere passionalità (i gemiti di SaDisfaction, Mattanza che vede la presenza di Xabier Iriondo) e ragione (Agenda Rossa), con lo smarrimento e la tenacia di un Ulisse lungo la terra dei Ciclopi.
Lo-fi polveroso e sgretolato come calcinacci di una stanza con poche suppellettili (magari la dimora barcellonese in cui sono state registrate le tracce), una chitarra in bella mostra e una finestra aperta dalla quale fare entrare una brezza salata e carica di nostalgia.
Viviamo Per I Weekend by Carpa Koi
In attesa del solstizio d'inverno e di cadere finalmente in letargo, L'orso, sotto la cui pelliccia si nascondono i giovani Mattia Barro e Tommaso Spinelli, si è fatto di nuovo avvistare da occhio umano mentre era intento come sempre a fiutare il mondo moderno ai tempi della crisi economica mondiale.Un ultimo giro per La Provincia (così come si chiama questo nuovo ep in free download), dalle campagne canavesi alla città di Milano, fra lo spazio chiuso di un ufficio ai Navigli, concentrato ad afferrare dalle profondità buie della darsena melodie twee-pop dolci e sguscianti (la tromba di Quanto Lontano Abiti, il battimani che accompagna E Goethe) ma dal retrogusto lo-fi.
Un gesto atto ad immagazzinare scorte fino al giungere della primavera e a cullare le nostre orecchie verso quel dato momento in cui si è in perfetto equilibrio fra il risveglio e la coda di un sogno.
E Goethe by L'orso
A volte le piccole cose andrebbero santificate.
Le cose che ti arrivano all'improvviso come l'odore dell'espresso che risale il corpo metallico della caffetteria.
Le cose che con leggerezza ti avvolgono da cima a fondo e quelle che ti entrano dentro e poi, quando meno te lo aspetti, si risvegliano mandandoti in brodo di giuggiole.
Piccole come sono le canzoni di Youth Lagoon, ventiduenne dell'Idaho che in silenzio, passo dopo passo, si sta facendo largo fra le maglie fitte del web.
Voce che gronda garbo, tasti del pianoforte ricoperti di zucchero e melodie fuzz/dream-pop da far venire i brividi per quanto siano riuscite. Sembra quasi di stare in un letto fatto di nuvole di fianco ad un vento dispettoso che ruba le coperte e pizzica i piedi, entrambi minuscoli, teneri e decisamente da benedire.
Cannons by Youth Lagoon
Le cose che con leggerezza ti avvolgono da cima a fondo e quelle che ti entrano dentro e poi, quando meno te lo aspetti, si risvegliano mandandoti in brodo di giuggiole.
Piccole come sono le canzoni di Youth Lagoon, ventiduenne dell'Idaho che in silenzio, passo dopo passo, si sta facendo largo fra le maglie fitte del web.
Voce che gronda garbo, tasti del pianoforte ricoperti di zucchero e melodie fuzz/dream-pop da far venire i brividi per quanto siano riuscite. Sembra quasi di stare in un letto fatto di nuvole di fianco ad un vento dispettoso che ruba le coperte e pizzica i piedi, entrambi minuscoli, teneri e decisamente da benedire.
Cannons by Youth Lagoon




