Il bugiardino, in barba al proprio nome, non mente: Le Vitamine dei lancianesi I MISSILI sono un farmaco a base di pop terapeutico, e più precisamente di afrobeat, indicato nel trattamento di stati carenziali di buonumore e ritornelli appiccosi. Utili anche contro le scottature d'amore, le otto compresse contenute del blister della V4V vanno assunte, una volta sciolte in cucchiaino di elettronica e chitarre sixties, per via topica auricolare, senza un particolare schema posologico e pericoli per quanto i tempi di trattamento. Infatti le contraindicazioni riportate (''perdita del controllo degli arti e ballo automatico, denudamenti in
pubblico, tuffi dal trampolino, bevute a fischio, esaurimento da selfie'') sono il giusto prezzo da pagare se si vuol "tornare giovani, allegri e compulsivi". Conservare in un luogo fresco e a portata di bambini.
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Non è un caso che Oy, nome d'arte di Joy Frempong, abbia una certa assonanza al tipico òh di meraviglia, perché è questo il sentimento che prevale in tutti i cinquanta minuti di No Problem Saloon. Un tempo in cui ci si trova catapultati, come un un Alice all'inseguimento del Bianconiglio, in un mondo multicolor, lepido e versatile, interamente retto sull'equilibrio fra la musica africana e quella della contemporaneità occidentale. La cantante svizzero-ghanese intreccia corde vocali (spoken-word, soul, utilizzo di filtri e testi ad ampio raggio) e stili (le registrazioni live fatte in giro per il Continente Nero sono state sottoposte a vari ''trattamenti'' d'elettronica homemade) creando un melting pot che non fa una grinza. Ci si diverte, è indubbio, ma se ne esce fiacchi e non solo per la carica energetica che accompagna le tracce. Òh, vale la pena recuperarlo.
Dici Soundway e pensi subito ai tesori musicali sepolti sotto le sabbie dell'Africa occidentale e fra le depressioni delle llanos sudamericane.
E Ibibio Sound Machine, disco omonimo di questo combo londinese, non sfugge a questo collegamento, pur trattandosi di una produzione estranea al carattere revivalista della succitata label. A pensarlo Eno Williams, singer d'origine nigeriana (gli ibibio sono uno dei gruppi etnici del paese) decisa a rispolverare la lingua madre (alla base dei testi i racconti popolari) e usarla come mastice fra uno stile passatista e uno diametralmente opposto.
Il collage è genuino e fa presa sull'ascoltatore con la preponderanza del funk (electro e afro), la spiritualità del gospel e la luminosità dei fiati e dell'highlife.
È solo un debut-album eppure separarsene risulta già difficile.
E Ibibio Sound Machine, disco omonimo di questo combo londinese, non sfugge a questo collegamento, pur trattandosi di una produzione estranea al carattere revivalista della succitata label. A pensarlo Eno Williams, singer d'origine nigeriana (gli ibibio sono uno dei gruppi etnici del paese) decisa a rispolverare la lingua madre (alla base dei testi i racconti popolari) e usarla come mastice fra uno stile passatista e uno diametralmente opposto.
Il collage è genuino e fa presa sull'ascoltatore con la preponderanza del funk (electro e afro), la spiritualità del gospel e la luminosità dei fiati e dell'highlife.
È solo un debut-album eppure separarsene risulta già difficile.
Se un tempo nemmeno troppo lontano è toccato ai Vampire Weekend, ai The Very Best o i Fool's Gold mettere nero su bianco un piano per creare una sinergia fra l'eredità folclorica del continente nero e gli stilemi moderni, quest'anno è la volta dei John Wizards. Il sudafricano John Withers e il cantante Emmanuel Nzaramba, refugiato del Ruanda, si sono cuciti in casa, con la collaborazione di altri tre ''sarti'' bafana, un khanga musicale multicolore in cui il pindo intreccia tradizioni varie (Shangaan, soukous, mbaqanga) e racchiude un mji fatto di house, ritmi caraibici, pop, funk e chi più ne ha più ne metta. Il tutto indossato senza stringere i tessuti sovrapposti e mostrando la jina, frase beneaugurante impressa su ogni khanga: ''temo il leone e le sue zanne, non tempo l'afrobeat per il suo suono''.
Sassofoni caricati a fiato e polvere da sparo, tamburi esposti al sole africano e folate di groove che giungono da ogni dove, facendo impazzire l'ago della bussola. Questo, in sunto, l'album omonimo dei Melt Yourself Down, super combo con base a Londra che consta membri di Polar Bear, Acoustic Ladyland, Transglobal Underground, Zun Zun Egui, Heliocentrics e Owiny Sigoma Band, tutti raccolti sotto l'ala protettiva di Leafcutter John.
Otto shots di energetico jazz, funk da alta percentuale alcolica, krautrock a cubetti e afrobeat shakerata da un bartender in vena di acrobazie e di esperimenti. Soprattutto l'apripista Fix My Life e Release! vanno giù ch'è un piacere ma anche nei momenti più ''digestivi'' (Free Walk) orecchie e papille gustative sono tutte in fermento. Impugnare il bicchiere per credere.
Fix My Life by Melt Yourself Down
Otto shots di energetico jazz, funk da alta percentuale alcolica, krautrock a cubetti e afrobeat shakerata da un bartender in vena di acrobazie e di esperimenti. Soprattutto l'apripista Fix My Life e Release! vanno giù ch'è un piacere ma anche nei momenti più ''digestivi'' (Free Walk) orecchie e papille gustative sono tutte in fermento. Impugnare il bicchiere per credere.
Niente rumori sinistri, versi inquietanti che celino paternità e provenienza o paesaggi tinti dalla luce irreale di occhi felini. La notte dei Jungle By Night, gruppo di nove giovani olandesi, è costellata di flash sonori scintillanti, anche quando questi vengono messi in ammollo in atmosfere poco rassicuranti (i metallofoni indonesiani nell'iniziale Rangda).
E benché il loro album d'esordio si intitoli Hidden, qui ogni cosa esce allo scoperto, quasi come se avesse l'urgenza di apparire agli altri senza orpelli, naturale quanto il sudore che scorre sulla pelle durante una danza. Ritmo e genuinità, infatti, spopolano: dal funk di Cyclin' all'ethio-jazz di Ethiopino, con una breve digressione nella psych (l'alternarsi di m'bira e chitarra in Nightfight) e nel dub. Rubando le parole a Tony Allen, il futuro dell'afrobeat.
Ethiopino by Jungle By Night
E benché il loro album d'esordio si intitoli Hidden, qui ogni cosa esce allo scoperto, quasi come se avesse l'urgenza di apparire agli altri senza orpelli, naturale quanto il sudore che scorre sulla pelle durante una danza. Ritmo e genuinità, infatti, spopolano: dal funk di Cyclin' all'ethio-jazz di Ethiopino, con una breve digressione nella psych (l'alternarsi di m'bira e chitarra in Nightfight) e nel dub. Rubando le parole a Tony Allen, il futuro dell'afrobeat.
In molte storie, dal cinema alla fiction televisiva passando per la narrativa, il fumetto e ovviamente la musica, i personaggi all'apparenza incompatibili si fondono con assoluta naturalezza in coppie irresistibili e capaci di esaltarsi nel gioco di contrasti. Un caso di incontro vincente è sicuramente quello fra Janka Nabay, cantore dei Temne della Sierra Leone costretto ad espatriare per sfuggire agli orrori della guerra civile, e i The Bubu Gang, nell'ordine Doug Shaw (Gang Gang Dance), Jason McMahon e Jonathan Leland (Skeletons), Michael Gallope (Starring) e la vocalist Saadi; che poi è l'incontro fra la tradizionalità della Bubu music, usata in origine per i riti stregonesci, e le sperimentazioni sonore di NYC introiettate nel wordbeat.
Vocalità a chiamata e risposta + grooves selvaggi + neopsichedelia. Che mix!
Feba by Janka Nabay & The Bubu Gang
Vocalità a chiamata e risposta + grooves selvaggi + neopsichedelia. Che mix!
Gli Za! sono una gigantesca Pangea al contrario, con i generi che si scontrano fra loro come placche tettoniche, disegnando una stramba e affascinante geografia sonora.Megaflow è il nome di questo nuovo continente dai confini frastagliati e piuttosto suscettibili, solcati dal duo catalano (Papa Dupau e Spazzfrica Ehd) con una zattera di fortuna ottenuta da elementi d'avanguardia e scarti stilistici (math, free-jazz e kraut su tutti).
Niente bussole o programmi di viaggio. Solo ventate di noise a gonfiare la vela e amore per l'avventura a solleticare i cuori.
Sembra di essersi persi nell'Africa nera, ostaggi di una tribù autoctona: tutti euforici intorno alla pentolaccia ribollente sul falò, pronti a sacrificare questo disco prelibato al dio supremo della musica.
Nanavividedeñaña by Za!
Sconosciuto agli atlanti più dettagliati, introvabile perfino fra gli appunti di viaggio di Marco Polo, il Kadebostany è rimasto invisibile ai nostri occhi per millenni. A recuperare la memoria storico-musicale di questa esotica terra ci ha pensato, con un lavoro tanto minuzioso quanto bislacco, The National Fanfare Of Kadebostany, un gruppo di studiosi con sede a Ginevra ma le cui radici abbracciano una buona fetta dell'est Europa.Canzoni che ci narrano di una repubblica fondata sull'equilibrio fra folclore e innovazione, la cui sovranità appartiene ad una techno dolce che la esercita in colorate forme bandistiche e senza limiti di frontiera.
Fiati, archi zigani e laptop portati in parata come un'icona da venerare mediante la danza, in un'estasi orgiastica che in un attimo spazza via secoli di oblio, pregiudizi culturali e ogni tipo di resistenza.
Kazak Rules by The National Fanfare of Kadebostany
Disco e carte astronomiche alla mano, si potrebbe affermare senza ombra di dubbio che il mondo di Mo Kolours, cantante e percussionista di origine mauritana, ruoti tutto intorno al tamburo (che sia fatto di pelle tesa e legno o di piccoli tasti da pigiare) e il tamburo a sua volta faccia perno su sonorità black, dal soul all'hip-hop, completando il moto avvolgente per effetto di gravitazioni dub e attriti electro.
Si finisce col restare volontariamente in apnea prima di liberare i polmoni di quel piacere sottile che li riempiva. Giusto del fumo avviluppato a pochi centimetri dalla bocca che un attimo dopo, avida, se lo riprende.
Biddies by Mo Kolours






