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Il Sogno Del Marinaio - La Busta Gialla

In una società in cui in cui il web condiziona le relazioni sociali, comunicare tramite missiva è un gesto sempre più raro ma non per questo prosaico. Lo dimostano Il Sogno Del Marinaio, terzetto che coinvolge l'ex Minutemen Mike Watt e due perle di casa nostra come Stefano Pilia e Andrea Belfi.
La Busta Gialla è un disco che porta in dote un messaggio schietto, una lettera aperta e senza un destinatario preciso. Sotto il francobollo incollato con una leccata di crossover, infatti, si alternano vari indirizzi (fra i più leggibili Salvador di Bahia (Funanori Jig), New Orleans (il travolgente ritmo funky di Punkinhead Ahoy!, i chiari di luna jazzati di Joyfuzz), Londra e Chicago (la terna d'apertura con tanto di saluti post-scriptum/punk/rock)) ma una sola ricevuta di ritorno: la musica che stuzzica i sensi.
Partisan Song by Il Sogno Del Marinaio

Starring - ABCDEFG-HIJKLMNOP-QRSTUV-WXYZ

Una premessa doverosa: ABCDEFG-HIJKLMNOP-QRSTUV-WXYZ,  opera seconda degli Starring, non ha la stessa eloquenza racchiusa nel suo titolo. Più che un abbecedario sembra di portare sottobraccio un faldone contenente una serie di carte di orientamento errate, coi simboli sbiaditi e i caratteri sovrapposti. Questo perché nel mondo del quintetto di Brooklyn ci si arriva soltanto imboccando la via del bosco. Anzi, il il loro luogo preferito è il bosco stesso: un proliferare di funghi allucinogeni (la nervosa e psichedelica Best), olezzi (brani che puzzano indistintamente di prog, kraut, post-punk, drone e noise), una trama di strettissimi arbusti spezzata dal bagliore della voce di Clara Hunter. Si ha così tanta voglia di scappare e di restare (i cambi di ritmo sono quasi una prerogativa) che si finisce col perdersi. Con gioia.
The Best by Starring

Slug Guts - Playin' in Time with the Deadbeat

Playin' in Time With the Deadbeat è un biglietto di ritorno dall'inferno intestato agli Slug Guts, combo australiano giunto al terzo viaggio di piacere nel regno di Persefone. Sporco, sgualcito e firmato col sangue. Posto sotto la luce di una lampada puoi vederci gli incontri fatti lungo il percorso, fra cui le anime dannate dei Drive Like Jehu, i luoghi del soggiorno e le numerose foto-ricordo. Perché come Orfei del post-punk sono stati condannati alle bolge dantesche, sopraffatti da un insano e oscuro desiderio di tornare indietro, di flirtare con le chitarre, leccandone la pelle ruvida, di arroventare la gola con urla malsane e di sostituire il luccichio delle stelle con quello di un sax. Si soffre un po' di claustrofobia (la struttura delle tracce è rivedibile) ma certi richiami che mischiano gotico e tribale sono peggio di un Euridice qualunque.
Suckin' Down by Slug Guts

Funk Police - Hot We Are Funk We Play

Paletta alta e chiaro gesto che invita ad accostare: una conseguenza naturale, visto il comportamento di Hot We Are Funk We Play.
La vettura dei francesi Funk Police, infatti, è un berlina elettrica e accessoriata, vetri black, profilo basso (strumento perno dell'album) e fare sospetto. Bisogna mostrare per forza i documenti. E quindi carta canta.
Gli esseri in questione nascono dall'incontro fra il funk, la no-wave e il post-punk di fine anni '70 e al momento sono senza fissa dimora (anche se la bolognese Avant Rec. gli ha offerto un alloggio sicuro).
Si spostano con naturalezza dall'Africa (Coco Dance) all'Inghilterra, fra un giro nelle terre del noise (Why Do I...) e una sosta per addentare un synth.
Professione? Sovversi. Segni particolari? Irresistibili.
Back Inside You by Funk Police

Pegasvs - Pegasvs

I Pegasvs, ovvero i catalani Sergio Péréz Garcia e Luciana Della Villa, galoppano lungo i territori della kosmische musik così come l'omonima figura mitologica solcava le porte dell'Olimpo: lo stesso istinto selvaggio celato dietro ad un portamento fiero.
Due caratteristiche agli antipodi che coesistono pacificamente, anzi l'una sussiste solo in presenza dell'altra, concatenate proprio come sono le tracce di questo esordio dal gusto decisamente retrò.
Synth rampanti, zoccoli che si muovono al passo del classico Motorik beat, qualche nitrito punk e due forti ali che soffiano melodie pop sixties a tutto spiano, sollevando da terra un fisico che è nerboruto ma che acquista tutto il suo fascino nel saper rendere spontanea una leggerezza che ha tutto sommato del divino.

La Melodía Del Afilador by Pegasvs

Pop. 1280 - The Horror

Una strada deserta e poco illuminata, un auto in panne, nessuna rete a cui far connettere il proprio cellulare. Una tipica scena da cinema dell'orrore, il classico scenario che annuncia l'ingresso in scena dell'assassino o più specificatamente l'anfratto temporale in cui si potrebbero collocare i Pop. 1280.
Infatti The Horror, titolo che non lascia nulla all'immaginazione, è un disco dal fascino conturbante, che ti fa sudare freddo senza importi una visione ristretta, ostacolata da un paio di mani messe a difesa della vista. Le dieci tracce che compongono il primo lp della band newyorchese trasudano tensione new-wave da ogni poro ed impugnano le chitarre dalla parte del manico, agitandole con furia punk (cyber, post o noise che sia) per spingere la vittima all'errore. L'unica via di fuga è segnalata da una freccia a destra e dalla scritta "play".

Bodies in the Dunes by Pop. 1280

Management Del Dolore Post-Operatorio - Auff!!

Come luminari della medicina sonora alternativa i Management Del Dolore Post-Operatorio si affacciano sulla scena italiana senza il tipico aplom accademico, l'uso di tecnologie domotiche o la concentrazione richiesta a chi armeggia con bisturi, pinze e strumenti vari. Infatti la ricetta vincente di questo quartetto abbruzzese, giunto con Auff!! alla seconda pubblicazione pubblica (Mestruazioni è datato 2008), è un irriverente approccio alla materia studiata. In primis la predilezione per gli ambienti poco asettici e la totale assenza di mascherine messa a protezione di bocche schiumanti che non si fanno scrupoli a sputare i germi della denuncia attraverso la masticazione di una succosa ironia. Ma ciò che li rende geniali è la terapia scelta per il decorso post-intervento: fasciature punk-funk, ingessature rock ed iniezioni wave.
Basta ascoltarli per far sparire anche la peggior sindrome del camice bianco.

Auff!! by Management del Dolore Post-Operatorio