Dire che il mondo di Felicita sia bizzarro equivale a fargli un complimento perché di trovate bislacche il producer polacco (al secolo Dominik Dvorak) si nutre mattina, pomeriggio e sera. Si fa prestare voce e immagine da una ragazza con gli occhi a mandorla e trucco da cosplayer, ricoperta di ammennicoli e con la maglia del Palermo Calcio addosso, regalando impermeabili gialli nel 12'' di Frenemies, nel quale sono campionati oggetti di vario genere, inclusi dei palloncini ad elio. Il risultato di tale miscuglio è un pop stralunato e aritmico, spinto a velocità grime con parossismo e astrattezza. Eppure, tutto quello che singolarmente può sembrare illogico e melodicamente indefinito, elude nell'insieme il rischio di un prodotto artificiale, per essendolo alla radice. Paradosso? E allora la follia dove sarebbe?
Visualizzazione post con etichetta electro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta electro. Mostra tutti i post
Il buongiorno, si dice, si vede dal mattino. E David Beltran, in arte Starfoxxx, ha voluto farcire di buoni propositi ogni spazio del suo album d'esordio, a partire finanche dal titolo, simpatico e decisamente indovinato. Ovviamente Baby I'm Off Drugs And I'm Ready To Marry You è molto più di una promessa, essendo Beltran un producer conosciuto anche oltre i dintorni di Chicago e ancor prima di utilizzare il suddetto moniker, probabilmente il vestito che calza meglio allo statunitense. La forza sta nel rinnovarsi (non sono lontani in cui suonava moombahton) e perfezionarsi fino all'ottenere una cifra stilistica di tutto rispetto che, tradotta in genere, alterna house, chillout e footwork, somministrate sottoforma di pillole-hit ad effetto immediato. Suoni presi in prestito da videogiochi vintage, synth debordanti, drum machine stese al sole, tanti corpi in movimento. In fondo non è questo che conta sul dancefloor?
L'unione fa la forza. Avranno pensato a questo vecchio adagio Ry X, Adam Freeland e Steve Nalepa, stimati producer (e non solo) anglosassoni, nel momento in cui hanno pensato di fondare i The Acid.
Un concetto, quello della fusione, che si estende fino a Liminal, opera prima del trio e portagioie in cui sono stati riposti alcune fra le trovate elettroniche meglio riuscite dell'ultimo lustro: un falsetto che si adagia fra luccichii r'n'b e sinistri manufatti post-dubstep, incalzando il movimento delle chitarre, a loro volta indecise se infilare le proprie corde dentro perle drone e imitazioni folk (Basic Instinct) o attorcigliarle intorno a tremanti polsi pop e pugni ''berlinesi''. Un lavoro di assoluto valore, paragonabile ad un prezioso ornamento da indossare in una serata speciale. Elegante nella materia, fragile nei materiali.
Un concetto, quello della fusione, che si estende fino a Liminal, opera prima del trio e portagioie in cui sono stati riposti alcune fra le trovate elettroniche meglio riuscite dell'ultimo lustro: un falsetto che si adagia fra luccichii r'n'b e sinistri manufatti post-dubstep, incalzando il movimento delle chitarre, a loro volta indecise se infilare le proprie corde dentro perle drone e imitazioni folk (Basic Instinct) o attorcigliarle intorno a tremanti polsi pop e pugni ''berlinesi''. Un lavoro di assoluto valore, paragonabile ad un prezioso ornamento da indossare in una serata speciale. Elegante nella materia, fragile nei materiali.
Avere la musica nel sangue potrebbe trattarsi solamente di un generoso modo di dire senon lo si accostasse a Taylor McFerrin, figlio del più conosciuto Bobby (la sua ''Don't Worry, Be Happy'' è stata la prima a cappella a raggiungere la prima piazza della classifica dei singoli di Billboard) e autore di disco d'esordio che fa drizzare le antenne a tutti gli amanti della black music dagli anni zero in poi, specialmente di quella che flirta con l'elettronica. Early Riser, infatti, risente di siffatto bagaglio genetico nella maniera in cui il jazz funge da fertile terreno per piantare ritmi lenti e sintetici, in linea con la Brainfeeder che li produce, e cantati sinuosi. Rispetto al padre, Taylor preferisce meno in prima persona, lasciando che a sbocciare siano prima di tutto le ugole femminili di Nai Palm (Hiatus Kaiyote), Emily King e RYAT. Tutto ok, certo, ma il resto...''che te lo dico a fare''...
Estratta nelle miniere della Scozia la nuova gemma del soul, ribattezzata Law dalla stessa cavatrice che l'ha portata alla luce, l'inglese Lauren Holt. Pezzo unico sulla piccola gerla di Cowboys & Hustlers (ep che segue a breve distanza il gemello Haters & Gangsters, ambedue in free download), il tesoro che luccica in mezzo al terriccio elettronico ha una forma sfaccettata quanto la voce che ne descrive le caratteristiche: ora pietra pop grezza, ora minerale hip-hop opaco, ora zaffiro r'n'b lavorato con battimani, tetri registri (Peter, la chiusura simil-industrial di Trascenders) e improvvisi bagliori (Lilo e i suoi echi etno-urbanici). La differenza rispetto agli altri corindoni sta nello stile del ''taglio'' finale, atto a ricercare un'innovazione senza alterarne la foggia, imperfezioni naturale incluse. D'altronde dietro ogni gioiello ci sono cavità oscure e fango.
Da qualsiasi prospettiva la si guardi (e la si ascolti), l'opera numero uno di Matteo Salviato, già bassista dei The Soft Moon, e Giulio Marzaro ha nella doppia vi la sua costante. Non per nulla il duo ha deciso di chiamarsi Warias e di intitolare questa piccola autoproduzione Wools. Ma non finisce qui.
Le quattro canzoni che lo compongono non solo sono state incise a Venezia, che di v ne ha una sola ma è a ovest (indicato sulla rosa dei venti con una W) dello Stivale, ma hanno linee del pentagramma che si estendono un po' a sud del mondo, e in questo caso w sta per world music, e un altro po' a nord in direzione Inghilterra, culla della new wave. Ricapitolando, chitarre ruvide, percussioni incalzanti e gelida elettronica (Dune) che danzano su polverosi tappeti intrecciati nella Western Asia (Bali). Altro ancora? Ah, W i Warias.
Le quattro canzoni che lo compongono non solo sono state incise a Venezia, che di v ne ha una sola ma è a ovest (indicato sulla rosa dei venti con una W) dello Stivale, ma hanno linee del pentagramma che si estendono un po' a sud del mondo, e in questo caso w sta per world music, e un altro po' a nord in direzione Inghilterra, culla della new wave. Ricapitolando, chitarre ruvide, percussioni incalzanti e gelida elettronica (Dune) che danzano su polverosi tappeti intrecciati nella Western Asia (Bali). Altro ancora? Ah, W i Warias.
Dici Soundway e pensi subito ai tesori musicali sepolti sotto le sabbie dell'Africa occidentale e fra le depressioni delle llanos sudamericane.
E Ibibio Sound Machine, disco omonimo di questo combo londinese, non sfugge a questo collegamento, pur trattandosi di una produzione estranea al carattere revivalista della succitata label. A pensarlo Eno Williams, singer d'origine nigeriana (gli ibibio sono uno dei gruppi etnici del paese) decisa a rispolverare la lingua madre (alla base dei testi i racconti popolari) e usarla come mastice fra uno stile passatista e uno diametralmente opposto.
Il collage è genuino e fa presa sull'ascoltatore con la preponderanza del funk (electro e afro), la spiritualità del gospel e la luminosità dei fiati e dell'highlife.
È solo un debut-album eppure separarsene risulta già difficile.
E Ibibio Sound Machine, disco omonimo di questo combo londinese, non sfugge a questo collegamento, pur trattandosi di una produzione estranea al carattere revivalista della succitata label. A pensarlo Eno Williams, singer d'origine nigeriana (gli ibibio sono uno dei gruppi etnici del paese) decisa a rispolverare la lingua madre (alla base dei testi i racconti popolari) e usarla come mastice fra uno stile passatista e uno diametralmente opposto.
Il collage è genuino e fa presa sull'ascoltatore con la preponderanza del funk (electro e afro), la spiritualità del gospel e la luminosità dei fiati e dell'highlife.
È solo un debut-album eppure separarsene risulta già difficile.
Il trucco sta nel palesarsi progressivamente. Niente entrate trionfali, scelte superbe, gesti sconsiderati. E Illum Sphere, alias, e il caso dirlo, maschera del producer inglese Ryan Hunn, in questo ha tutto per essere un'illusionista abile ma non geloso dei propri artifici. Ciò di cui è capace lo mostra, con un accurato uso del bilancino, nel suo primo lp Ghosts Of Then And Now: numeri di escapologia con i quali liberarsi di generi e tensioni (si passa con naturalezza dal nu-jazz alla footwork, dalla tech-house ad un sound post-Dilla, dai 90 ai 170 bpm), brillante tecnica manipolatoria del background (in maniera particolare il soul, la disco, l'r'n'b e il rock psichedelico), ipnotismo ritmico, uso accorto del fumo di scena e degli/delle ''assistenti di palco'' (Shadowbox, Shigeto, Mai Nastor). Uno spettacolo così ricco che si fa prima ad ascoltarlo.
Mutuare il moniker da un radio show evangelico per DM Stith e John-Mark Lapham, omosessuali dichiarati costretti a crescere in famiglie improntate all'eccesivo moralismo, è stato quanto mai catartico. E Scorpio Little Devil, opera prima dei The Revival Hour, sa di liberazione come pochi altri dischi al mondo. Potere di due menti che rompono schemi e sovrastrutture e si lasciano cadere all'indietro, sicuri che qualcuno le sorreggerà. L'apertura pomposa degli arti (da un lato le radici religiose di soul e gospel, dall'altro l'elettronica) e la presa del cantato in falsetto evitano che i dieci abbandoni siano rovinosi e che la fiducia sia intaccata dalla parabola del corpo verso il pavimento continuamente soggetta a deviazioni psych, pop 60's, doo-wop, folk, dark e avant rock. Detto ciò, come non dargli fiducia a nostra volta?
In vetrina al recente South By Southwest, uno dei più importanti festival musicali degli Stati Uniti, e praticamente sconosciuti al grande pubblico europeo, gli Hiatus Kaiyote valgono il tempo di un approfondimento.
In breve: vengono da Melbourne, sono in quattro (microfono nelle mani di Nai Palm, l'unica ragazza del gruppo), si sono formati da appena un biennio e Tawk Tomahawk rappresenta il loro esordio discografico (autoprodotto, rilasciato a metà 2012 ed esaurito in forma fisica anche nella versione in vinile stampata lo scorso aprile dall'Equinox Rec.). Quando si dice far centro al primo colpo. Basta impugnare il riser del soul, sfilare una freccia electro dalla faretra, posizionandola sul rest, flettere una corda di lino e jazz e tirare. Il resto è una questione di mira e di orecchio.
The World It Softly Lulls by Hiatus Kaiyote
In breve: vengono da Melbourne, sono in quattro (microfono nelle mani di Nai Palm, l'unica ragazza del gruppo), si sono formati da appena un biennio e Tawk Tomahawk rappresenta il loro esordio discografico (autoprodotto, rilasciato a metà 2012 ed esaurito in forma fisica anche nella versione in vinile stampata lo scorso aprile dall'Equinox Rec.). Quando si dice far centro al primo colpo. Basta impugnare il riser del soul, sfilare una freccia electro dalla faretra, posizionandola sul rest, flettere una corda di lino e jazz e tirare. Il resto è una questione di mira e di orecchio.
I Ninos Du Brasil sono nati in Italia, tutti e tre (Nico Vascellari, Riccardo Mazza e Nicolò Fortuni, ognuno dei quali ha fatto la sua parte nella scena hardcore/punk nazionale negli anni '90) sotto il segno bislacco del tamburo, simbolo del legame fra cielo e terra e strumento sciamanico per antonomasia. E la fisicità dei membranofoni (dal pezzo di legno al più classico degli strumenti a percussione della cultura afroamericana), la dissociazione psichica e la ritualità rappresentano proprio il trigono del fuoco di Muito N.D.B., opera prima via La Tempesta International. Un lp contraddistinto dal creativo sovrapporsi di batucada ed elettronica, da un trasformismo carnascialesco a metà strada fra l'atto impuro (Hysà) e il rispetto delle leggi del corpo devoto alla danza liberatoria (Tamborins Na Selva).
Tuppelo by Ninos Du Brasil
In molte storie, dal cinema alla fiction televisiva passando per la narrativa, il fumetto e ovviamente la musica, i personaggi all'apparenza incompatibili si fondono con assoluta naturalezza in coppie irresistibili e capaci di esaltarsi nel gioco di contrasti. Un caso di incontro vincente è sicuramente quello fra Janka Nabay, cantore dei Temne della Sierra Leone costretto ad espatriare per sfuggire agli orrori della guerra civile, e i The Bubu Gang, nell'ordine Doug Shaw (Gang Gang Dance), Jason McMahon e Jonathan Leland (Skeletons), Michael Gallope (Starring) e la vocalist Saadi; che poi è l'incontro fra la tradizionalità della Bubu music, usata in origine per i riti stregonesci, e le sperimentazioni sonore di NYC introiettate nel wordbeat.
Vocalità a chiamata e risposta + grooves selvaggi + neopsichedelia. Che mix!
Feba by Janka Nabay & The Bubu Gang
Vocalità a chiamata e risposta + grooves selvaggi + neopsichedelia. Che mix!
'[...] Ho più cicatrici nell'anima che sulle sopracciglia. Le ossa rotte non sono nulla in confronto ad un cuore spezzato è [...]', scrive il poeta Paul Polansky in "L'imbattuto" e Pabliz Yocka aka Paolo Iocca (Franklin Delano, Blake/e/e/e, ...A Toys Orchestra) con il nuovo progetto, per l'appunto Boxeur The Couer, lo prende in parola. Perché November Uniform è un disco che infila i guantoni e colpisce il pop al fianco destro, lo disorienta con montanti kraut (il drone di Forewords), dritti sintetici (Essay On Holography) e lo mette all'angolo a furia di finte freak-folk, senza però mandarlo al tappeto o schivare le tracce.Qui contano le movenze, spesso riviste al rallentatore (le atmosfere ambient in cui è calata Low Tide Lost At Sea) o in loop, le gambe che danzano, i pugni agitati nell'aria. Conta che la ferita sanguini bene e in tutta la sua bellezza.Our Glowing Days by Boxeur The Coeur
Diceva Kierkegaard -: la realizzazione dell'attesa è una freccia che oltrepassa il bersaglio.
La conferma di tale assunto viene da Balam Acab che, in un colpo solo (il primo, se si considera che Wander/Wonder sia l'esordio sulla lunga distanza di Alec Koone dopo See Birds, sorprendente ep dello scorso anno), imbecca la traiettoria vincente e supera i confini spazio-musicali di un genere, la witch house (o ghost-drone che dir si voglia), che iniziavano a stargli stretti.
Da ascoltare in cuffia, in religioso silenzio, quasi fosse una liturgia.
Oh, Why by Balam Acab











