Si chiama Jungle (band e album) la nuova chicca di casa XL e, benché l'associazione venga immediata, non viene accompagnata da tempi forti e breakbeat. In alternativa Josh Lloyd-Watson e Tom McFarland, i due britannici che hanno maturato l'idea di fondo, promuovono un sound che si piazza a metà strada fra il funky e la disco, impedendo che i falsetti, urban fino al midollo, sbilancino le quote. Potrà sembrare una stabilità precaria (e in effetti una pizzico di ripetività si avverte con lo scorrere delle tracce) ma funziona pure per questo: alla lunga le delimitazioni trasformano la musica in una zona di comfort in cui muoversi sereni e soddisfare le proprie esigenze emotive, rivivendo qualche piacevole ricordo (le strizzate d'occhio '70-'80s si sprecano). Ad accontentarsi, specie delle cose realizzate bene, a volte ci si guadagna.
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Dici Soundway e pensi subito ai tesori musicali sepolti sotto le sabbie dell'Africa occidentale e fra le depressioni delle llanos sudamericane.
E Ibibio Sound Machine, disco omonimo di questo combo londinese, non sfugge a questo collegamento, pur trattandosi di una produzione estranea al carattere revivalista della succitata label. A pensarlo Eno Williams, singer d'origine nigeriana (gli ibibio sono uno dei gruppi etnici del paese) decisa a rispolverare la lingua madre (alla base dei testi i racconti popolari) e usarla come mastice fra uno stile passatista e uno diametralmente opposto.
Il collage è genuino e fa presa sull'ascoltatore con la preponderanza del funk (electro e afro), la spiritualità del gospel e la luminosità dei fiati e dell'highlife.
È solo un debut-album eppure separarsene risulta già difficile.
E Ibibio Sound Machine, disco omonimo di questo combo londinese, non sfugge a questo collegamento, pur trattandosi di una produzione estranea al carattere revivalista della succitata label. A pensarlo Eno Williams, singer d'origine nigeriana (gli ibibio sono uno dei gruppi etnici del paese) decisa a rispolverare la lingua madre (alla base dei testi i racconti popolari) e usarla come mastice fra uno stile passatista e uno diametralmente opposto.
Il collage è genuino e fa presa sull'ascoltatore con la preponderanza del funk (electro e afro), la spiritualità del gospel e la luminosità dei fiati e dell'highlife.
È solo un debut-album eppure separarsene risulta già difficile.

