Alla fine arriva un po' per tutti il tempo di tirare le somme e, se necessario, intraprendere strade diverse rispetto al passato, comprese quelle meno comode e conosciute. A questo fatidico bivio il polistrumentista canadese Dan Mangan ci è arrivato dopo tre lp e numerosi premi racimolati lungo il tragitto. Un momento magari inconsueto ma sicuramente propizio ad ascoltare Club Meds: un'autentica inversione di marcia affrontata in compagnia dei conterranei Blacksmith. In una sorta di cupa introspezione, adesso il viso nello specchio, rigato da un riff rock o dall'elettronica, brama il muro di suono e piange il suo peccato originale, il folk da faccia pulita degli esordi, espiandolo con magri ricordi (i fiati di New Skies e di Vessel, il calore della voce), arrangiamenti articolati e testi sottili. Autoindulgenza più maturazione uguale artista fine.
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L'uomo nascosto dietro la barba, nella realtà meno lungo di quanto appaia nell'artwork di Owl John, è Scott Hutchinson, voce e chitarra degli scozzesi Frightened Rabbit. Un personaggio la cui origine è da ricercare nel volere dell'etichetta della band, l'Atlantic, ma che in corso d'opera ha avuto una formazione rapida e spontanea, partendo da una precisa educazione familiare (il folk-rock anthemico) per svilupparsi in un essere unico, acme delle potenzialità individuali. È difatti evidente che la scrittura dei trentaduenne di Selkirk si tinga inaspettatamente di nero (testi inclusi) e la mano sporchi le pagine della storia con caratteri tremolanti e fantasie blues, affastellando distorsioni e synth ma evitando che la storia smetta di essere avvincente, spingendo, senza fatica, i fan di vecchia e nuova data al capoverso successivo.
Ardenti ghazal e glacialità scandinava nelle vene, Nadine Shah vive a Londra ma non lo fa in pieno giorno o nel caos di Trafalgar Square.
A sentirla cantare, così sinistra e così teatrale, te la immagini dietro un lume di candela, avvolta nel fumo di una sigaretta, qualche metro dietro rispetto al boccascena. Non esaspera mai toni, non pone mai l'insieme in posizione subordinata al singolo elemento, che paia ossessiva (Aching Bones, vagamente industrial, The Devil) o ariosa (Winter Reigns, il valzer di Dreary Town), così divisa fra nude melodie di piano e chitarra acustica e suoni più aspri. Perché, svincolatosi abilmente dagli stereotipi, Love Your Dum And Mad attinge dal repertorio dark con la stessa delicatezza ed innocenza di chi coglie una rosa senza romperne il calice ma appoggiando i polpastrelli sulle spine.
A sentirla cantare, così sinistra e così teatrale, te la immagini dietro un lume di candela, avvolta nel fumo di una sigaretta, qualche metro dietro rispetto al boccascena. Non esaspera mai toni, non pone mai l'insieme in posizione subordinata al singolo elemento, che paia ossessiva (Aching Bones, vagamente industrial, The Devil) o ariosa (Winter Reigns, il valzer di Dreary Town), così divisa fra nude melodie di piano e chitarra acustica e suoni più aspri. Perché, svincolatosi abilmente dagli stereotipi, Love Your Dum And Mad attinge dal repertorio dark con la stessa delicatezza ed innocenza di chi coglie una rosa senza romperne il calice ma appoggiando i polpastrelli sulle spine.
Song & Dance. Breve e conciso come la formula sonora che è alla base di questo debutto made in Londra: congiungere l'elettronica col classic rock. Connubio che potrebbe sembrare ordinario ma che, invece, fa della varietà delle influenze condizione necessaria. Merito dei Duologue, cinque ragazzi (due al principio, da cui il nome della band) cresciuti fra i banchi dell'università e i locali di Edimburgo, fra un riff di chitarra tirato (Cut & Run) e un beat Idm/dubstep-y (il remix di Underworld, presente nella versione deluxe, sembra un pezzo di Burial), fra le corde di un violino (preminente, ad es., nella parte finale del singolo Push It) e un canto in falsetto, fra sudore (Snap Out Of It) e meritato riposo (Gift Horse, Escape Artist).
Sintetico come il titolo del disco? Assolutamente da ascoltare.
Push It by Duologue
Sintetico come il titolo del disco? Assolutamente da ascoltare.
Rullo di tamburi come nell'iniziale Idol's Eye: ritornano i Rangda, ovvero il triumvirato impro-rock presieduto da Ben Chasney (Six Organs Of Admittance), Chris Corsano (batterista per Jim O'Rourke, Bjork, Nels Cline e many more) e Sir Richard Bishop. Una magistratura in cui le chitarre concorrono a preservare i contatti con il Medioriente (Majnun, il cui ritmo ordinato viene più volte risucchiato da un vortice di polvere noise, ne è l'esempio più concreto) ed un'equità giuridica fra melodia e slancio virtuosistico (Rangda è il nome di una divinità balinese in perenne lotta con le forze del bene) attraverso un fraseggio tensivo che tanto deve al free-jazz e alla drone music (Silver Nile), ricorrendo all'ausilio costante della psichedelia. In tempi di evidente instabilità, quanto di meglio si possa sperare. Non solo in musica.
Rangda - Majnun by Drag City
We Keep the Beat, Found the Sound, See the Need, Start the Heart ovvero come accantonare la parte razionale del proprio corpo, assecondando la genuinità del gesto in quanto necessità, esempio di codificazione primordiale. Un processo che Jonathan Boulet conosce bene, se si considera il suo penchant per soluzioni ritmiche ''animalesche'', ridestanti e secche proprio come un colpo di battente che colpisce la pelle della grancassa.
Che poi rappresentino il lasciapassare per melodie spiccatamente pop (l'uso dei cori e del battimano, la presenza di strumenti come la marimba e il glockenspiel, un senso di euforia diffuso) è un dato che non deve fuorviare.
L'imperativo preferito dal ventunenne cantautore australiano resta sempre ''Sveglia!''. E quindi, orsù, cosa aspettate a cliccare play?
This Song Is Called Ragged by Jonathan Boulet
Che poi rappresentino il lasciapassare per melodie spiccatamente pop (l'uso dei cori e del battimano, la presenza di strumenti come la marimba e il glockenspiel, un senso di euforia diffuso) è un dato che non deve fuorviare.
L'imperativo preferito dal ventunenne cantautore australiano resta sempre ''Sveglia!''. E quindi, orsù, cosa aspettate a cliccare play?
Quella del cantautore inglese Danny Coughlan, in arte Crybaby, è una mano talmente ferma ed ispirata al punto da disegnare alla perfezione l'area territoriale esclusa dalla cartografia delle Badlands di Dirty Beaches. Questione di limiti temporale (il cannocchiale puntato ancora sugli anni 50) e cifra stilistica (una produzione spectoriana al posto di un approccio lo-fi). Voce calda e aria da crooner, Crybaby evoca l'America del dopoguerra e l'ascesa dei Teddy Boys nel Regno Unito, evitando gli eccessi che avevano bollato quell'epoca. Meno divismo hollywoodiano e abbondanza, più introspezione (ballads a tutto soul come Armies Of Darkness) e semplicità negli arrangiamenti (le chitarre jangly di We're Supposed Be In Love, l'efficace beat r'n'r di Twist Of The Knife). In un gioco di parole tutto anglosassone meno bold (sfacciato) e più bald (sobrio ma anche calvo, proprio come Danny).
Purtroppo in rete di ufficiale esistono solo un'altra preview, oltre a quella postata poco sopra (Shame) e per problemi legati al copyright non è possibile fare nessun tipo di upload su soundcloud.
Il passo dai Pegasvs a Unicornibot è breve ma limitato all'ambito delle assonanze mitologiche e degli appellativi musicali.
Infatti
il quartetto madrileno, piuttosto che gingillarsi con synth e
trotterellare senza meta nel kraut, preferisce caricare a testa bassa ma
senza spaventare i presenti con versi acuti ed estesi.
Dalle!, acquistabile con la formula ''name your price'' direttamente dalla loro pagina bandcamp, non fa altro che confermare questa attitudine animalesca: dieci tracce strumentali che infilzano in sul colpo e con un unico corno ritmi math, selvaggina post-hc, bacche tipiche dei boschi rock (Julio Iglesias, Portero) e qualche frutto tropicale (Perro Termómetro).
Dalle!, acquistabile con la formula ''name your price'' direttamente dalla loro pagina bandcamp, non fa altro che confermare questa attitudine animalesca: dieci tracce strumentali che infilzano in sul colpo e con un unico corno ritmi math, selvaggina post-hc, bacche tipiche dei boschi rock (Julio Iglesias, Portero) e qualche frutto tropicale (Perro Termómetro).
Roba da bestie rare a cui è bene dare ascolto come novelli San Francesco.






