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The Beatles Vs. Hip-Hop Legends - An Adventure To Pepperland Through Rhyme & Space

In molti, specie nei tempi recenti, si sono avvicinati all'arte del mash-up, unendo con profitto generi e personaggi in apparenza incompatibili (Aphex Twin e Taylor Swift, giusto per citare uno degli ultimi esempi). I Fab Four in passato sono stati fra le cavie più illustri e utilizzate (a maneggiarli ci ha provato anche Danger Mouse) ma nel caso di And Adventure To Pepperland Through Rhyme & Space il risultato è a dir poco sbalorditivo, folle nelle premesse (nel 1964 i Mop Tops, in volo sul Triangolo delle Bermuda, vengono risucchiati in un buco spazio-temporale ed espulsi sui cieli di New York nel 1990, il tutto corredato da un doc FBI) e nella conclusione (48 tracce in free download). The Beatles Vs. Hip-Hop Legends: titolo esplicativo, lavoro di cesello minuzioso. Per dirla nel gergo di strada, una mina assoluta.


(Parte I)



(Parte II)

D. D Dumbo - Tropical Oceans

Castlemaine è un piccolo agglomerato urbano sito nel sud dell'Australia, conosciuto nel XIX secolo per i propri giacimenti auriferi. Ad anni di distanza e svanito il boom della corsa al nobile metallo, pochi avrebbero pensato di trovare un altro pezzo d'oro in città. Si chiama Tropical Oceans ed è l'ep con cui D.D Dumbo, ovvero il cantautore Oliver Hugh Perry, si sta facendo conoscere ad ovest di Melbourne, con l'ausilio della label inglese 4AD.
Quattro estrazioni effettuate nelle miniere sotterranee della musica folk, calandosi in pozzi blues attraverso dodici corde e facendosi largo negli stretti cunicoli con una voce limpida, una loop station, una batteria minimale (solo grancassa e rullante) e un piccone che riporta alla luce un retroterra fatto di sapori world. Per citare zio Paperone, una pepita uovo d'anatra.

Felicita - Frenemies

Dire che il mondo di Felicita sia bizzarro equivale a fargli un complimento perché di trovate bislacche il producer polacco (al secolo Dominik Dvorak) si nutre mattina, pomeriggio e sera. Si fa prestare voce e immagine da una ragazza con gli occhi a mandorla e trucco da cosplayer, ricoperta di ammennicoli e con la maglia del Palermo Calcio addosso, regalando impermeabili gialli nel 12'' di Frenemies, nel quale sono campionati oggetti di vario genere, inclusi dei palloncini ad elio. Il risultato di tale miscuglio è un pop stralunato e aritmico, spinto a velocità grime con parossismo e astrattezza. Eppure, tutto quello che singolarmente può sembrare illogico e melodicamente indefinito, elude nell'insieme il rischio di un prodotto artificiale, per essendolo alla radice. Paradosso? E allora la follia dove sarebbe?

Law - Cowboys & Hustlers

Estratta nelle miniere della Scozia la nuova gemma del soul, ribattezzata Law dalla stessa cavatrice che l'ha portata alla luce, l'inglese Lauren Holt. Pezzo unico sulla piccola gerla di Cowboys & Hustlers (ep che segue a breve distanza il gemello Haters & Gangsters, ambedue in free download), il tesoro che luccica in mezzo al terriccio elettronico ha una forma sfaccettata quanto la voce che ne descrive le caratteristiche: ora pietra pop grezza, ora minerale hip-hop opaco, ora zaffiro r'n'b lavorato con battimani, tetri registri (Peter, la chiusura simil-industrial di Trascenders) e improvvisi bagliori (Lilo e i suoi echi etno-urbanici). La differenza rispetto agli altri corindoni sta nello stile del ''taglio'' finale, atto a ricercare un'innovazione senza alterarne la foggia, imperfezioni naturale incluse. D'altronde dietro ogni gioiello ci sono cavità oscure e fango.

I MISSILI - Le Vitamine

Il bugiardino, in barba al proprio nome, non mente: Le Vitamine dei lancianesi I MISSILI sono un farmaco a base di pop terapeutico, e più precisamente di afrobeat, indicato nel trattamento di stati carenziali di buonumore e ritornelli appiccosi. Utili anche contro le scottature d'amore, le otto compresse contenute del blister della V4V vanno assunte, una volta sciolte in cucchiaino di elettronica e chitarre sixties, per via topica auricolare, senza un particolare schema posologico e pericoli per quanto i tempi di trattamento. Infatti le contraindicazioni riportate (''perdita del controllo degli arti e ballo automatico, denudamenti in pubblico, tuffi dal trampolino, bevute a fischio, esaurimento da selfie'') sono il giusto prezzo da pagare se si vuol "tornare giovani, allegri e compulsivi". Conservare in un luogo fresco e a portata di bambini.

Lewis - L'Amour

Parlare de L'Amour senza ballare sul confine della leggenda è un esercizio quasi equilibristico. Altrimenti non potrebbe essere visto che il disco in questione, datato 1983 e inciso da un misconosciuto broker canadese (Randall Wulff in arte Lewis) per un'altrettanta ignota label (la R.A.W.), viene pescato per caso in un mercatino di Edmonton da un collezionista canadese, attratto giusto dal modico prezzo di copertina (un dollaro) e dal volto che campeggia su di essa. Fatto sta che dietro l'apparenza si cela un grazioso manufatto di puro cantautore folk, confidenziale e decadente (una voce sommessa, un pianoforte di compagnia e qualche timido sintetizzatore), che grazie al trantran generale finisce nelle mani della Light In The Attic che ne produce una ristampa. Ed è colpo di fulmine. Del resto, verba volant, musicae manent.

Oy - No Problem Saloon

Non è un caso che Oy, nome d'arte di Joy Frempong, abbia una certa assonanza al tipico òh di meraviglia, perché è questo il sentimento che prevale in tutti i cinquanta minuti di No Problem Saloon. Un tempo in cui ci si trova catapultati, come un un Alice all'inseguimento del Bianconiglio, in un mondo multicolor, lepido e versatile, interamente retto sull'equilibrio fra la musica africana e quella della contemporaneità occidentale. La cantante svizzero-ghanese intreccia corde vocali (spoken-word, soul, utilizzo di filtri e testi ad ampio raggio) e stili (le registrazioni live fatte in giro per il Continente Nero sono state sottoposte a vari ''trattamenti'' d'elettronica homemade) creando un melting pot che non fa una grinza. Ci si diverte, è indubbio, ma se ne esce fiacchi e non solo per la carica energetica che accompagna le tracce. Òh, vale la pena recuperarlo.

Urali - Urali

Una collisione fra un cantato flebile e controllato e una chitarra terrigena tale da cancellare, attraverso l'omissione dell'elemento ritmico, la linea che separa la forma-canzone e la drone music dal bruitismo del noise e dello shoegaze. Si estrinseca così l'orogenesi di Urali, disco e moniker frutto della mente del riminese Ivan Tonelli, già Shelly Johnson Broke My Heart nonché membro fondatore del colletivo Stop Records. Un esordio autoprodotto tanto proteso verso la limpidezza del cielo (The Flux e The Town costituscono, in questo senso, lo zenit acustico dell'opera) quanto calato in una litosfera ricca di saturazioni, abrasioni e faglie elettroniche (The Lover (Mistress), pregevole cover del pezzo dei Red House Painters). Fate il biglietto, mettetevi comodi e lasciatevi trasportare come una mano lungo i fianchi della persona amata.

Dustin Wong - Mediation of Ecstatic Energy

Dustin Wong, pur non avendo origini siciliane e non cantando fiero come il caro vecchio Cotugno (i rari vocalizzi di Mediation of Estatic Energy, elemento finale di una trilogia inaugurata nel 2010, affogano presto sotto un'ondata di riverberi), ha nella chitarra una fidata e inseparabile compagna. Che fosse un virtuoso dello strumento lo si era capito già ai tempi dei Ponytail ma è solo da solista, e soprattutto con quest'ultimo lavoro, che il trentenne hawaiano ha potuto scrivere senza essere prigioniero di strutture rigide e lineari, addizionando ritmi, riff e loops a colpi di pedale. La sua è una penna intinta nella kosmische musik, dall'inchiostro denso, il cui tratto però resta comunque lieve, a fil di foglio, pronto a lasciare lo spazio per un'ulteriore sottolineatura, un'improvvisa deviazione di linea (in genere verso il pop e il prog-rock). Non sarà italiano ma lasciatelo suonare perché ne vale la pena.

Oliver Wilde - A Brief Introduction To Unnatural Lightyears


Mai sottovalutare il potere catartico di un negozio di dischi.
Lo sa bene Rob Gordon, protagonista di un famoso romanzo di Nick Hornby, ma anche Oliver Wilde, di giorno commesso in un record store di Bristol e cantautore al chiaroscuro della sua cameretta. A rendere possibile la seduta di analisi un laptop e una chitarra che fungono da chaise-lounge, un monotono paesino di campagna a fare da set e una combinazione di glitch-pop, lo-fi, folk e shoegaze come accelerante del transfert. L'approccio terapeutico di A Brief Introduction To Unnatural Lightyears permette al giovane cantautore inglese di portare alla luce, attraverso una voce ''leggera'', emozioni e predisposizioni dell'animo rimaste a lungo sopite nell'inconscio. Un'esperienza emotiva consigliata a tutti.

Katie Gately - Katie Gately

Una voce di serica stoffa che si fa largo fra le pareti strette e ruvide di una grotta. Questo, in breve, l'omonimo lp di Katie Gately, giovane cresciuta a Brooklyn con la passione per il cinema (laurea in Film Production all'USC) e per le manipolazioni sonore. Un debutto che fondamentalmente si basa sull'equilibrio fra le luci del cantato e il grigio di un tappeto sonoro sul quale si drizzano concrezioni industrial, discrepanze elettroniche (contrasto nel contrasto, le digressioni ambient sporcate da rumori naturali, simili allo strascicamento di una pietra, che sottolineano il carattere fattuale di questo metaforico addentrarsi nelle cavità del pop) e corrodimenti vari.
Non un vero e proprio traghettamento nell'oltretomba ma un sensato (e sensibile) galleggiamento fra suono fenomenico e suono in divenire.

The Revival Hour - Scorpio Little Devil

Mutuare il moniker da un radio show evangelico per DM Stith e John-Mark Lapham, omosessuali dichiarati costretti a crescere in famiglie improntate all'eccesivo moralismo, è stato quanto mai catartico. E Scorpio Little Devil, opera prima dei The Revival Hour, sa di liberazione come pochi altri dischi al mondo. Potere di due menti che rompono schemi e sovrastrutture e si lasciano cadere all'indietro, sicuri che qualcuno le sorreggerà. L'apertura pomposa degli arti (da un lato le radici religiose di soul e gospel, dall'altro l'elettronica) e la presa del cantato in falsetto evitano che i dieci abbandoni siano rovinosi e che la fiducia sia intaccata dalla parabola del corpo verso il pavimento continuamente soggetta a deviazioni psych, pop 60's, doo-wop, folk, dark e avant rock. Detto ciò, come non dargli fiducia a nostra volta?

Orval Carlos Sibelius - Super Forma

Al di là del lungo silenzio discografico (sei anni dall'album eponimo), Orval Carlos Sibelius, al secolo Axel Monneau, sembra riemergere da un passato ben più lontano, in uno spazio temporale collocabile fra la seconda metà degli anni sessanta e l'inizio della decade successiva. Musicalmente parlando Super Forma è un ponte che lega i Beatles rigenerati dall'incontro con Maharishi Mahesh Yogi, Dick Dale e la scena di Canterbury, una bollente caldaia di un alambicco piena di psych-pop da distillare e collegata ad un'ampolla in cui galleggiano densi e freddi liquidi world ed experimental. Questione di chimica, di mescolanza di luci e colori, di pastosità delle tinte, di accostamento di contrasti, di cristalli soffiati in continua lavorazione che rendono questo lavoro un prezioso souvenir a ricordo dei luoghi visitati e check-in per quelli ancora da raggiungere.
Super Forma (album sampler) by Orval Carlos Sibelius

Junip - Junip

Come il piccolo Fievel protagonista di un noto film d'animazione di Don Bluth, José González ritrova la sua famiglia, i Junip, dopo essere sbarcato in solitaria sulle sponde del fiume Hudson. Un ricongiungimento patetico (il secondo, a tre anni di distanza da Fields) che intreccia arti superiori, sguardi e strumenti, immortalato in maniera del tutto genuina nell'album omonimo (completano il trio svedese Elias Araya alla batteria e Tobias Winterkorn alle tastiere e synth). Scatti attraverso i quali vengono messi in risalto dettagli altrimenti marginali: la rotondità degli abbracci espressa dalle chitarre, lo sfregamento degli abiti (una produzione piuttosto lo-fi), gli occhi madidi di lacrime divise fra gioia e amarezza (la voce evocatica di José, un suono che mixa psych, folk, pop, prog e sapori sudamericani). Altro che Instagram.
Line Of Fire by Junip

Stuart Warwick - The Butcher's Voice

Stuart Warwick usa pianoforte e voce come se fossero la lama di un mannarino ma senza ossa tranciate, sangue che schizza o eviscerazioni da macello. La sua arte si avvicina più all'aruspicina, all'ispezione delle viscere e alla loro decodifica, per il modo in cui i chiaroscuri del cantato e lo scintillio degli arrangiamenti (fra orchestrazioni e ricorso ad una sottile folktronica) scrutano gli angoli più intimi dell'Io, senza mai intaccarli (l'identità sessuale è il tema portante di The Butcher's Voice, manifestato alla perfezione dall'ugola muliebre di questo ragazzotto dell'East Sussex) se non con una buona dose di umorismo. Palpabile, infatti, è il lirismo di The Nail That Sticks Out Gets Puonded, Man With A Pussy o della strumentale Melancolonica, canzoni che affondano nella pelle lentamente, valorizzandone al meglio i tagli.
Sailors by Stuart Warwick

Ela Orleans - Tumult In Clouds

Tumult In Clouds è un nube di nebbia che si srotola per advezione.
Umida, salina, dilatata e con pochi spiragli. Il sole vi penetra a fatica senza riuscire a riscaldare l'aria, senza raggiungere il terreno che resta diaccio. Tutto resta sospeso fra la notte e il giorno (dal d'n'b sghembo e in bassa fedeltà di Clangers In The Night ai respiri kraut di Risk Trip To The Underworld, passando per il 60's pop di In The Night, lo schizzo chiptune di Diving In The Wreck e la spettrale Rolling Waters, gli esempi si sprecano), in quell'ora (tanto dura questo doppio LP) che i fotografi chiamano blu.
Sembra di essere su una spiaggia della Pomerania (anche se Ela Orleans è cresciuta ad Auschwitz, nel sud della Polonia, prima di trasferirsi negli States), con il Baltico che ti bagna i piedi e poi svanisce all'orizzonte.
Longing by Ela Orleans

King Gizzard & the Lizard Wizard - 12 Bar Bruise

Quando una lama affilata punta al cuore ma senza lo scopo precipuo di penetrarlo vengono fuori cose come 12 Bar Bruise, debut-album degli australiani King Gizzard & The Lizard Wizard. Basta sostituire l'oggetto tagliente con un trittico di chitarre temperate con una massiccia dose di garage rock e strusciarlo su un burroso muscolo cardiaco che pompa melodie surf pop, lo-fi e cori isterici e psych per provare la stessa piacevole follia. Un gesto rapido il cui effetto permane a lungo, segno di quanto i 7 di Melbourne siano capaci con un'armonica, un theremin e poco altro: taglienti, diretti e argentei quanto una lama che non si tinge di sangue nemmeno se va dritta al punto e si ritrae.
Muckraker by King Gizzard & The Lizard Wizard

Trouble Books - Concatenating Fields

Finezza è il primo sostantivo che viene in mente mettendo in cuffia Concatenating Fields dei Trouble Books, duo residente in Ohio e discograficamente attivo da un triennio circa (da menzionare un LP a 6 mani con il chitarrista degli Emeralds Mark McGuire). I discorsi sonori dei coniugi Freund, infatti, rifiutano la sovrapposizione, intrecciandosi come fibre di lana calde e piacevoli al tatto. Un lavoro in cui l'ambient fa la parte del filato e la voce di Linda con la chitarra timida di Keith (ad es., nella psichedelica Cocooning) quella dei ferri da maglia e dei nodi di chiusura, con i synth (Lurk Underneath, venata di minimal pop) pronti a segnare le linea guida dello schema prescelto. E, a furia di sferruzzare, le tracce create sono così delicate che si indosserebbero anche con l'odiosa trama a rombi. E non è poco.
Monument for D. Flavin by Trouble Books

Maston - Voyages Ep

Vent'anni o poco più e tanta voglia di esplorare il mondo.
Non è un caso che il producer losangelino Frank Maston, o più semplicemente Maston, abbia intitolato il suo secondo ep Voyages.
Un peregrinaggio in sei tappe, un trip psych-pop senza confine alcuno: si va dalla "poliziottesca" Strange Rituals fino a Young Hearts, avvolta dal fumo da saloon, con una piccola sosta per un cocktail in spiaggia (The Companion).
Un suono, insomma, che fa rima con bedroom ma che fatica a restare rinchiuso entro quattro mura per quanto capace di maneggiare la macchina del tempo, col suo valzer fra '60 e '70.
D'acchito ti figuri un ragazzo al volante di una Ford Thunderbird sulla Route 66, camicia aperta, occhiali scuri sul naso, una borsa carica di souvenir sul sedile posteriore e non puoi non innamorartene.

Engrams by Maston

Django Django - Django Django

Una lingua di terra polverosa e assolata che divide un nugolo di case in legno, uno sbuffo di vento a correggere la traiettoria del sudore sui visi dei duellanti di turno.
In fondo alla strada, pollici dentro i passanti dei pantaloni, due sgherri armati di folk, affilate chitarre surg e blues. Gli si oppongono psych criminale e synth-pop sulla cui testa pende una taglia fin dagli anni '80.
I Django Django, infatti, non sono altro che quattro cowboys from Edimburgo in attesa che scocchi l'ora per metter mano alla fondina e sparare il loro colpo, e che colpo, in canna.
Basta far finta che il tempo si sia fermato un istante e gonfiare il petto per dare il benvenuto al proiettile: ritti nei propri stivali, con gli occhi chiusi e lo sperone mezzo lucido e mezzo insanguinato.

Default by Django Django