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Urali - Urali

Una collisione fra un cantato flebile e controllato e una chitarra terrigena tale da cancellare, attraverso l'omissione dell'elemento ritmico, la linea che separa la forma-canzone e la drone music dal bruitismo del noise e dello shoegaze. Si estrinseca così l'orogenesi di Urali, disco e moniker frutto della mente del riminese Ivan Tonelli, già Shelly Johnson Broke My Heart nonché membro fondatore del colletivo Stop Records. Un esordio autoprodotto tanto proteso verso la limpidezza del cielo (The Flux e The Town costituscono, in questo senso, lo zenit acustico dell'opera) quanto calato in una litosfera ricca di saturazioni, abrasioni e faglie elettroniche (The Lover (Mistress), pregevole cover del pezzo dei Red House Painters). Fate il biglietto, mettetevi comodi e lasciatevi trasportare come una mano lungo i fianchi della persona amata.

Meteor - Co' Col e Raspe

Dato (e ascoltato) il trasporto dei Meteor verso la genuinità e l'asciuttezza, era facilmente intuibile che nel mondo di Có Còl e Raspe la lettera X assumesse contorni differenti rispetto all'uso comune. Il duo bresciano, infatti, racchiude in sette movimenti al fulmicotone (le singole tracce difficilmente raggiungono il minuto di lunghezza) il proprio credo fatto di tempi dispari e in divenire, synth impazziti e chitarre roventi come griglie da barbecue e la propria chiave di lettura della 24.a lettera dell'alfabeto latino. X non come operatore della moltiplicazione, variabile indipendente e simbolo del pareggio ma come risultato dall'incontro fra il noise e il digital hardcore, costante e segno di spunta e di assenso. Talvolta, e questa è una di quelle, non serve essere marinai o esploratori per scoprire che sotto la X c'è spesso un tesoro.

People Of The North - Sub Contra

Sub Contra è il terzo rebbio dell'arma sonora dei People Of The North, side-project di Kid Millions e Bobby Matador ovvero batteria e voce dei newyorkesi Oneida: il più affilato, quello che rimesta enosigeo le acque dal basso e le fa schiumare avidamente prima di scagliarle con la furia di un Nettuno contro un gruppo di onde (Drama Class) o per cullarle, ancora biancastre, verso il punto il cui mare bacia l'orizzonte (Coal Baron).
Un'arma costruita combinando ferro e carbonio tetravalente e per questo capace di accettare tutti e quattro elettroni basilari (noise, drone music, psichedelia, experimental) e rendere il lavoro un unico blocco di ghisa scura da piazzare al centro del petto come una stufa che sbuffa vapore e produce cenere.
Drama Class by People of the North

Hookworms - Pearl Mystic

Nonostante si celino dietro un velo di mistero (dei componenti della band si conoscono solo le iniziali) e feedback, gli Hookworms mettono in piazza il loro amore per il rock psichedelico attraverso le melodie incalzanti, sporche (il fuoco noise che infiamma Preservation) e i rapimenti (Walk We Talk About, gli interludi dronici di I, II e III) del disco d'esordio dopo una manciata di singoli ed ep. E lo fanno con genuinità, lasciando all'istinto il compito di erigere le barricate lungo gli argini, anche a costo di dare ai sentimenti e ai suoni un flusso senza variazioni e filtri particolari. Pare quasi che il quintetto di Leeds se ne stia seduto sulla sponda e che aspetti implacabile il passaggio della prossima vittima. Perché saranno pure torbide le acque di Pearl Mystic ma sanno come invogliare al tuffo l'ascoltatore.
In Our Time by Hookworms

Ninos Du Brasil - Muito N.D.B

I Ninos Du Brasil sono nati in Italia, tutti e tre (Nico Vascellari, Riccardo Mazza e Nicolò Fortuni, ognuno dei quali ha fatto la sua parte nella scena hardcore/punk nazionale negli anni '90) sotto il segno bislacco del tamburo, simbolo del legame fra cielo e terra e strumento sciamanico per antonomasia. E la fisicità dei membranofoni (dal pezzo di legno al più classico degli strumenti a percussione della cultura afroamericana), la dissociazione psichica e la ritualità rappresentano proprio il trigono del fuoco di Muito N.D.B., opera prima via La Tempesta International. Un lp contraddistinto dal creativo sovrapporsi di batucada ed elettronica, da un trasformismo carnascialesco a metà strada fra l'atto impuro (Hysà) e il rispetto delle leggi del corpo devoto alla danza liberatoria (Tamborins Na Selva).
Tuppelo by Ninos Du Brasil

King Tears Bat Trip - King Tears Bat Trip

In un'altra vita Luke Bergman, musicista di Seattle e motore dei sette King Tears Bat Trip, deve essere stato un mastro pasticcere. Come si potrebbero altrimenti spiegare Stolen Police Car e Elevenogram, le due lunghe tracce (18' cad.) che formano questo fulminante esordio? Un disco che assomiglia tanto ad una millefoglie, in cui una densa ganache free-jazz s'alterna ad uno strato ritmico (quattro batterie e percussioni) a base tribal, amalgamato con un movimento circolare, perpetuo, quasi ossessivo.
Ma l'equilibrio di sapori viene raggiunto con un frosting di chitarre noise e chango (un synth ideato da Brandon Lucia, uno dei componenti del gruppo), granella di ottoni ed il sax di Bergman che affonda la sua lama nella torta senza sbriciolarla. Una vera delizia.

Elevenogram by King Tears Bat Trip

Starring - ABCDEFG-HIJKLMNOP-QRSTUV-WXYZ

Una premessa doverosa: ABCDEFG-HIJKLMNOP-QRSTUV-WXYZ,  opera seconda degli Starring, non ha la stessa eloquenza racchiusa nel suo titolo. Più che un abbecedario sembra di portare sottobraccio un faldone contenente una serie di carte di orientamento errate, coi simboli sbiaditi e i caratteri sovrapposti. Questo perché nel mondo del quintetto di Brooklyn ci si arriva soltanto imboccando la via del bosco. Anzi, il il loro luogo preferito è il bosco stesso: un proliferare di funghi allucinogeni (la nervosa e psichedelica Best), olezzi (brani che puzzano indistintamente di prog, kraut, post-punk, drone e noise), una trama di strettissimi arbusti spezzata dal bagliore della voce di Clara Hunter. Si ha così tanta voglia di scappare e di restare (i cambi di ritmo sono quasi una prerogativa) che si finisce col perdersi. Con gioia.
The Best by Starring

Dan Melchior - The Backward Path

Spesso amore e malattia condividono la medesima condizione di equilibrio precario, minacciate da una forza magnetica che non appaga ma per lo più divora. Una forza controbilanciabile solo con la tenacia e l'àgape. In questo senso The Backward Path rappresenta il baricentro su cui il cantautore londinese Dan Melchior concentra il peso della malattia che ha colpito la moglie Letha e quello di un amore incondizionato verso quella stessa donna. Un disco che si nutre della perfetta corrispondenza dei suoi elementi antitetici: speranza e scoramento, pace e agitazione, che trovano il centro di gravità in una chitarra acustica che sputa ballads blues e strumentali ambient/noise. Il ricavato della prima tiratura andrà in un fondo attivato per l'acquisto dei farmaci antitumorali per Letha, ergo ''donategli'' un ascolto.
All The Clocks by Dan Melchior

Funk Police - Hot We Are Funk We Play

Paletta alta e chiaro gesto che invita ad accostare: una conseguenza naturale, visto il comportamento di Hot We Are Funk We Play.
La vettura dei francesi Funk Police, infatti, è un berlina elettrica e accessoriata, vetri black, profilo basso (strumento perno dell'album) e fare sospetto. Bisogna mostrare per forza i documenti. E quindi carta canta.
Gli esseri in questione nascono dall'incontro fra il funk, la no-wave e il post-punk di fine anni '70 e al momento sono senza fissa dimora (anche se la bolognese Avant Rec. gli ha offerto un alloggio sicuro).
Si spostano con naturalezza dall'Africa (Coco Dance) all'Inghilterra, fra un giro nelle terre del noise (Why Do I...) e una sosta per addentare un synth.
Professione? Sovversi. Segni particolari? Irresistibili.
Back Inside You by Funk Police

Pop. 1280 - The Horror

Una strada deserta e poco illuminata, un auto in panne, nessuna rete a cui far connettere il proprio cellulare. Una tipica scena da cinema dell'orrore, il classico scenario che annuncia l'ingresso in scena dell'assassino o più specificatamente l'anfratto temporale in cui si potrebbero collocare i Pop. 1280.
Infatti The Horror, titolo che non lascia nulla all'immaginazione, è un disco dal fascino conturbante, che ti fa sudare freddo senza importi una visione ristretta, ostacolata da un paio di mani messe a difesa della vista. Le dieci tracce che compongono il primo lp della band newyorchese trasudano tensione new-wave da ogni poro ed impugnano le chitarre dalla parte del manico, agitandole con furia punk (cyber, post o noise che sia) per spingere la vittima all'errore. L'unica via di fuga è segnalata da una freccia a destra e dalla scritta "play".

Bodies in the Dunes by Pop. 1280

Za! - Megaflow

Gli Za! sono una gigantesca Pangea al contrario, con i generi che si scontrano fra loro come placche tettoniche, disegnando una stramba e affascinante geografia sonora.
Megaflow è il nome di questo nuovo continente dai confini frastagliati e piuttosto suscettibili, solcati dal duo catalano (Papa Dupau e Spazzfrica Ehd) con una zattera di fortuna ottenuta da elementi d'avanguardia e scarti stilistici (math, free-jazz e kraut su tutti).
Niente bussole o programmi di viaggio. Solo ventate di noise a gonfiare la vela e amore per l'avventura a solleticare i cuori.
Sembra di essersi persi nell'Africa nera, ostaggi di una tribù autoctona: tutti euforici intorno alla pentolaccia ribollente sul falò, pronti a sacrificare questo disco prelibato al dio supremo della musica.

Nanavividedeñaña by Za!