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9Bach - Tincian

Martin Hoyland e Lisa Jên sono marito e moglie, risiedono nel nord del Galles e qualche anno fa hanno deciso di unirsi, nella buona e nella cattiva sorte, anche in musica, fondando i 9Bach. Col tempo la famiglia si è allargata a cinque elementi ma non ha tradito le promesse date: nutrire profonda devozione verso le tradizioni indigene sia vocali (nove delle dieci tracce sono in lingua celtica) che strumentali (l'utilizzo, specie in Pa Le?, dell'arpa gallese), rinnovandole in presenza di arrangiamenti freschi e famigliari di seconda generazione (dub, trip-hop, indietronica). Chi porta i pantaloni in Tincian è il canto, da quello soave della folk-singer di casa a quello del coro, espressione artistica innestata nel tessuto culturale gallese come dimostra la presenza del Penrhyn Male Voice Choir (Ffarwel). Senza dilungarsi oltre, nel potere conferitomi dalla Real Worlds Records, potete ascoltare il disco.

John Wizards - John Wizards

Se un tempo nemmeno troppo lontano è toccato ai Vampire Weekend, ai The Very Best o i Fool's Gold mettere nero su bianco un piano per creare una sinergia fra l'eredità folclorica del continente nero e gli stilemi moderni, quest'anno è la volta dei John Wizards. Il sudafricano John Withers e il cantante Emmanuel Nzaramba, refugiato del Ruanda, si sono cuciti in casa, con la collaborazione di altri tre ''sarti'' bafana, un khanga musicale multicolore in cui il pindo intreccia tradizioni varie (Shangaan, soukous, mbaqanga) e racchiude un mji fatto di house, ritmi caraibici, pop, funk e chi più ne ha più ne metta. Il tutto indossato senza stringere i tessuti sovrapposti e mostrando la jina, frase beneaugurante impressa su ogni khanga: ''temo il leone e le sue zanne, non tempo l'afrobeat per il suo suono''.

El Mahdy Jr. - The Spirit Of Fucked Up Placed

Pensato e scritto in un letto d'ospedale, The Spirit Of Fucked Up Placed non ha il candore dei camici degli infermieri, ancor meno l'odore penetrante di fenolo delle sale operatorie. I toni sembrano più frutto di un viraggio al selenio, bruni, con un alto grado di tossicità e l'ambientazione supposta non prevede pareti o muri di delimitazione. Quelli che vengono in mente sono gli altopiani del Nordafrica, la penisola dell'Anatolia o i villaggi siti sul fiume Volta, tutti luoghi che caratterizzano la biografia di El Mahdy Jr., traduttore per professione e producer per necessità (di espressione e di riaversi, affetto, com'è stato, da malaria). Un microcosmo fatto di beat derivati dall'hip hop e influenzati dalla musica tradizionale delle succitate regioni (raï algerino, türkü, l'arte del griot) e dal dub. Per farla breve un toccasana ''malato''.

Rancho Shampoo - El Vuelo Del Golondrino

Nell'interesse della trasmissione di un determinato patrimonio culturale, El Vuelo Del Golondrino raccoglie miti, tradizioni e rituali delle popolazioni amerinde a cavallo fra la California, l'Arizona e il Messico e li codifica in un nuovo e stravagante linguaggio fatto di psych, desert rock e tribalismi vari. Spirito guida, il nahual di questo passaggio di consegne è Rancho Shampoo, nato Guillermo Estrada, organizzatore del rituale presieduto da La Indian Golden Orchestra (al suo interno membri dei Vampire Slayer, Maniquí Lazer e Fax) e fondato su una circolarità di fondo, sacrale e sonora, che racchiude il culto di Madre Natura (il disco si apre col verso di un'aquila, animale profetico per gli Aztechi) e atmosfere sciamaniche (percussioni e influenze dub non si fanno mancare). Tutto, cosa da non sottovalutare, scaricabile in versione "name your price".
Ancestro Rayovac by Rancho Shampoo

Segue - Pacifica

Divisa fra l'Oceano Pacifico e il Burrard Inlet, Vancouver non è, in termini meteorologici, una città tipicamente canadese. Piacevoli venticelli estivi e inverni temperati che Jordan Sauer, in arte Segue, ha testato sulla pelle e con i quali ha battezzato la sua nuova creatura, Pacifica: un nome che è tutto un programma e che fa quasi pari con quello dell'etichetta che l'ha partorita (la canadese Silent Season). Trattasi, appunto, di un microclima techno dalle temperature registrate in loco (field recordings, ambient), mutevoli, segnate da un flusso lento ma continuo di mercurio dub, tale da generare uno stato ipnotico e di rilassamento nell'ascoltatore, trasportandolo oltre i confini della British Columbia. Nove tracce in cui tutto è fluido, denso, opaco e tossico. Proprio come un metallo di transizione qual è l'argento vivo.
Snow Dub by Segue

Jungle By Night - Hidden

Niente rumori sinistri, versi inquietanti che celino paternità e provenienza o paesaggi tinti dalla luce irreale di occhi felini. La notte dei Jungle By Night, gruppo di nove giovani olandesi, è costellata di flash sonori scintillanti, anche quando questi vengono messi in ammollo in atmosfere poco rassicuranti (i metallofoni indonesiani nell'iniziale Rangda).
E benché il loro album d'esordio si intitoli Hidden, qui ogni cosa esce allo scoperto, quasi come se avesse l'urgenza di apparire agli altri senza orpelli, naturale quanto il sudore che scorre sulla pelle durante una danza. Ritmo e genuinità, infatti, spopolano: dal funk di Cyclin' all'ethio-jazz di Ethiopino, con una breve digressione nella psych (l'alternarsi di m'bira e chitarra in Nightfight) e nel dub. Rubando le parole a Tony Allen, il futuro dell'afrobeat.
Ethiopino by Jungle By Night

Voices From The Lake - Voices From The Lake

Donato Dozzy e Neel come successori di Tommaso Campanella e Telesio.
Un paragone ardito se non fosse per il fatto che il respiro del progetto (con tanto di album omonimo che succede a Silent Drops, ep d'esordio sempre targato Prologue) è tale da permettere ai due producer italiani di scollinare in scioltezza le alture della musica e di involarsi verso valle sotto la spinta delle idee. Infatti Voices From The Lake è concettualmente panpsichista per come trascende il mondo della techno ed esibisce l'energia vitale della natura (l'acqua come στοιχεῖον fondante), conservando all'interno di un ambient-e piuttosto tetro e/o minimal (la chiusura dub di Hgs) un concetto lindo di armonia (Circe), di rottura spaziale (Mika) e di ipnotismo tribale (Meikyu).
Proprio come le onde cerebrali e delle sesse lacustri.
In Giova by Voices From The Lake

Sun Araw & M.Geddes Gengras Meet The Congos - Icon Give Thank

La Giamaica vista dallo spazio.
Non solo uno sputo di terra in mezzo al mar dei Caraibi ma un'isola i cui confini sembrano fluttuare modificando la forma affusolata della stessa, la quale ricorda da vicino il lobo temporale, non a caso la zona del cervello in cui è presente l'area uditiva. E dopotutto Icon Give Thank è un disco cerebrale al quadrato: per il numero di menti che vi convergono (i californiani Sun Araw e M. Geddes Gengras che incontrano i The Congos, gruppo vocal reggae nato a pochi km da Kingston) e per il modo in cui il magnetismo della musica, una sorta di dub allucinato e dronico, viene amplificato. E tutto questo è visibile anche sotto la fitta coltre di riverberi, falsetti e delays e stando comodamente al di là dell'atmosfera planetaria.
Happy Song by Sun Araw, M. Geddes Gengras & The Congos

Dean Blunt And Inga Copeland - Black Is Beautiful

All'apparenza la scritta ''Ebony'' in copertina sembrerebbe fuorviante per un disco lo-fi come quello di Dean Blunt e Inga Copeland, che altro non è che il duo Hype Williams. Eppure dissotterrando le radici di questo lavoro prodotto da casa Hyperdub i concetti di densità e cupezza tipici dell'ebano affiorano con una certa preponderanza.
Il terreno sul quale si annidano le quindici tracce senza titolo (eccezion fatta per la jazzata Venice Dreamway), infatti, è quello dei bassifondi metropolitani, fatto di tombini fumanti, strano viociare, tensione latente. E calcare certi marciapiedi a notte fonda ti dona lo stesso senso di distacco, di alterazione mentale, di smarrimento che pervade il sound di Black Is Beautiful: beat decompressi a metà strada fra dub, rap e psych, synth deviati, astrazioni.
10 by Dean Blunt And Inga Copeland

Heat Wave - Sweets

Alla stregua di un découpage Sweets ritaglia e incolla nastri magnetici come se fossero strisce di carta o meglio ancora ritagli di riviste musicali non specializzate.
Infatti a restare appiccicati ai polpastrelli di Alex Gray aka Heat Wave, losangelino già al lavoro con Sun Araw e Deep Magic, sono bel numero samples, tutti differenti per forma e disegno: stencil funky (Nobody's Drinking e Watch Yr Back), intagli orchestrali (Sweets), bitume dub (la cupa opener track), tessuti tratti da tute spaziali (la ''sintetica'' Eat Flesh), sforbiciate glitch-hop (Don't Barn It), droni appuntini o stampi downtempo.
Un lavoro d'arte povera a cui viene subito voglia di dare un'altra spennellata di colla. Puro psych vinilico.

Real Shit by Heat Wave

Mo Kolours - Ep 1: Drum Talking

Disco e carte astronomiche alla mano, si potrebbe affermare senza ombra di dubbio che il mondo di Mo Kolours, cantante e percussionista di origine mauritana, ruoti tutto intorno al tamburo (che sia fatto di pelle tesa e legno o di piccoli tasti da pigiare) e il tamburo a sua volta faccia perno su sonorità black, dal soul all'hip-hop, completando il moto avvolgente per effetto di gravitazioni dub e attriti electro.
Ep 1: Drum Talking ha movimenti impercettibili e profondi almeno quanto i bassi della titletrack, inclini ad accogliere l'avvicendarsi suadente di luce ed ombra: umori come stagioni, ritmi adatti sia al giorno che alla notte.
Si finisce col restare volontariamente in apnea prima di liberare i polmoni di quel piacere sottile che li riempiva. Giusto del fumo avviluppato a pochi centimetri dalla bocca che un attimo dopo, avida, se lo riprende.

Biddies by Mo Kolours