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D. D Dumbo - Tropical Oceans

Castlemaine è un piccolo agglomerato urbano sito nel sud dell'Australia, conosciuto nel XIX secolo per i propri giacimenti auriferi. Ad anni di distanza e svanito il boom della corsa al nobile metallo, pochi avrebbero pensato di trovare un altro pezzo d'oro in città. Si chiama Tropical Oceans ed è l'ep con cui D.D Dumbo, ovvero il cantautore Oliver Hugh Perry, si sta facendo conoscere ad ovest di Melbourne, con l'ausilio della label inglese 4AD.
Quattro estrazioni effettuate nelle miniere sotterranee della musica folk, calandosi in pozzi blues attraverso dodici corde e facendosi largo negli stretti cunicoli con una voce limpida, una loop station, una batteria minimale (solo grancassa e rullante) e un piccone che riporta alla luce un retroterra fatto di sapori world. Per citare zio Paperone, una pepita uovo d'anatra.

The Ministry Of Wolves - Music From Republik Der Wölfe

La figura del lupo, mannaro e non, è tanto inflazionata che un disco volutamente devoto al canide in questione potrebbe sembrare una semplice operazione commerciale. Invece, il lavoro di Alexander Hacke, Mick Harvey, Danielle de Picciotto e Paul Wallfisch, in arte The Ministry Of Wolves è tutto fuoché superfluo ed anche se alla base un sottotesto popolare (le poesie del premio Pulitzer Anne Sexton ispirate dalle fiabe dei fratelli Grimm) la stesura finale ha un'anima propria, vivida e regale. Un esemplare unico che si muove fra i boschi dell'art rock, in mezzo alle ombre del dark cabaret e del folk (la gotica Rumpelstiltskin, la ballata di Cinderella), seguendo le orme di Cave come un attore sul proscenio (il tutto nasce per far da colonna sonora ad uno spettacolo teatrale). Cala il sipario, inchino di gruppo e applausi.

Nadine Shah - Love Your Dum And Mad

Ardenti ghazal e glacialità scandinava nelle vene, Nadine Shah vive a Londra ma non lo fa in pieno giorno o nel caos di Trafalgar Square.
A sentirla cantare, così sinistra e così teatrale, te la immagini dietro un lume di candela, avvolta nel fumo di una sigaretta, qualche metro dietro rispetto al boccascena. Non esaspera mai toni, non pone mai l'insieme in posizione subordinata al singolo elemento, che paia ossessiva (Aching Bones, vagamente industrial, The Devil) o ariosa (Winter Reigns, il valzer di Dreary Town), così divisa fra nude melodie di piano e chitarra acustica e suoni più aspri. Perché, svincolatosi abilmente dagli stereotipi, Love Your Dum And Mad attinge dal repertorio dark con la stessa delicatezza ed innocenza di chi coglie una rosa senza romperne il calice ma appoggiando i polpastrelli sulle spine.

Debashish Bhattacharya - Beyond The Ragasphere

"Avere molte corde al proprio arco" è un modo di dire confacente alla natura di Beyond The Ragasphere sia perché la chitarra è il cuore pulsante del progetto di Debashish Bhattacharya (lui, allievo di Brij Bhushan Kabra, autentica leggenda della slide-guitar indiana, si fa accompagnare in questo suo ultimo viaggio da altri due mostri sacri della sei corde: Jerry Douglas e John McLaughlin), sia perché l'arco nella simbologia orientale rappresenta l'elevazione spirituale, l'armonia delle virtù, entrambe comprovate dalla musica che prende la regione del Bengala solo come punto di partenza. L'influenza del Rāga è di fatto tangibile ma destramente fusa con le culture occidentali, dall'Europa fino al nuovo continente (il flamenco di Indospaniola, il Sudamerica di Rasam Samba, il jazz di JD2 Pillusion). Rara gemma fusion.
Kirwani One.5+8.Five by Debashish Bhattacharya

Family Atlantica - Family Atlantica

Sostenendo la teoria sulla deriva dei continenti di Wegener, l'omonimo lp dei Family Atlantica, combo multiculturale (Jack Yglesias, londinese e componente dei The Heliocentrics, Luzmira Zerpa from Venezuela e il percussionista africano Kwame Crentsil) e in possesso di uno speciale passaporto Nansen per la musica, ricombacia le coste del continente nero con quelle del Sudamerica. Una Gondwana delle sette note universalmente accettata e ricostruita attraverso venti movimenti tettonici di diversa intensità che rimescolano le tradizioni folkloristiche delle due terre in questione, impastando con cura generi (rumba, calypso, blues, psichedelia, highlife) e strumenti (cuatro, maracas, pandeiro, percussioni Ewe, djembe, shekere, sintir). Mai, da 150 milioni d'anni a questa parte, il più giovane degli oceani è sembrato così limitato.
Manicero by Family Atlantica

Hot Fiction - Apply Within

Soul, or No Soul, that is the question. Chissà quante volte se lo saranno chiesti Simon Miller ed Andy Yeoh, rispettivamente voce/chitarra e voce/batteria dei Hot Fiction, durante la registrazione del loro secondo lavoro. Un interrogativo che Apply Within (autoprodotto e in free download) decide giustamente di non sciogliere, nel tentativo assai riuscito di trarre giovamento sia dall'uno che dall'altro. Un'impasse voluta su cui i due londinesi costruiscono la loro idea sonora, quel "soulful awakening" macchiato di blues in cui i riff sporchi si sfilano le scarpe sull'uscio e lasciano soltanto le orme calde sul pavimento di un cantato intimo, d'atmosfera. Forse il tutto soffre la mancanza di un definitivo e decisivo picco emotivo, ma, chi se ne frega, per una volta si sta bene anche nel dubbio.
No Soul by Hot Fiction

Dan Melchior - The Backward Path

Spesso amore e malattia condividono la medesima condizione di equilibrio precario, minacciate da una forza magnetica che non appaga ma per lo più divora. Una forza controbilanciabile solo con la tenacia e l'àgape. In questo senso The Backward Path rappresenta il baricentro su cui il cantautore londinese Dan Melchior concentra il peso della malattia che ha colpito la moglie Letha e quello di un amore incondizionato verso quella stessa donna. Un disco che si nutre della perfetta corrispondenza dei suoi elementi antitetici: speranza e scoramento, pace e agitazione, che trovano il centro di gravità in una chitarra acustica che sputa ballads blues e strumentali ambient/noise. Il ricavato della prima tiratura andrà in un fondo attivato per l'acquisto dei farmaci antitumorali per Letha, ergo ''donategli'' un ascolto.
All The Clocks by Dan Melchior

Bill Fay - Life Is People

Il tempo è galantuomo e per Bill Fay, cantautore londinese classe '43, lo è stato anche di più. Oltre quarant'anni di silenzio discografico e poi, come un fulmine a ciel sereno, Life Is People, dodici canzoni che ricuciono lo strappo temporale e gli riservano una posizione privilegiata nell'Olimpo della musica d'autore. Tutto questo grazie alla tenacia del giovane produttore Joshua Henry, che lo ha convinto a tornare in studio, e al talento vivido di Fay, alla sua scrittura sacrale, raffinata e vissuta con autentica partecipazione. Dita e cuore che sono tutt'uno con i tasti del pianoforte: dal candore di There Is A Valley, The Healing Day e Be At Peace With Yourself, in bilico fra country folk, valzer e gospel, alle più cupe Big Painter, City Of Dreams ed Empires, che puzzano di blues, prog e psych. Un disco, un'emozione unica.

Be At Peace With Yourself by Bill Fay

Slug Guts - Playin' in Time with the Deadbeat

Playin' in Time With the Deadbeat è un biglietto di ritorno dall'inferno intestato agli Slug Guts, combo australiano giunto al terzo viaggio di piacere nel regno di Persefone. Sporco, sgualcito e firmato col sangue. Posto sotto la luce di una lampada puoi vederci gli incontri fatti lungo il percorso, fra cui le anime dannate dei Drive Like Jehu, i luoghi del soggiorno e le numerose foto-ricordo. Perché come Orfei del post-punk sono stati condannati alle bolge dantesche, sopraffatti da un insano e oscuro desiderio di tornare indietro, di flirtare con le chitarre, leccandone la pelle ruvida, di arroventare la gola con urla malsane e di sostituire il luccichio delle stelle con quello di un sax. Si soffre un po' di claustrofobia (la struttura delle tracce è rivedibile) ma certi richiami che mischiano gotico e tribale sono peggio di un Euridice qualunque.
Suckin' Down by Slug Guts

Johnny Mox - We=Trouble


Un cerotto non è sufficiente a tamponare la fuoriuscita di idee racchiuse nel corpo fremente di Johnny Mox, a sua volta contenuto nella persona del polistrumentista trentino Gianluca Taraborelli. Infatti We=Trouble (in free download qui) non è un taglio marginale, uno scorticamento fanciullesco, pur conservando dell'età puerile una certa natura istintuale ed apertura al nuovo e all'avventura. Assomiglia più ad un'emorragia, ad un deflusso sonoro orbicolare, un continuum di rumori e loop fluidificati con l'arte del beatboxing e della salmodia (lo spiritual sghembo di Oh Reverend e di For President), appena chiuso dalla pressione di Benghazi عربية الربيع, epilogo kraut-blues che vede la presenza di Above The Tree ai cori. Se non c'è più tempo per guarire, condividiamo almeno le ferite e questo delizioso disco.
We=Trouble by Johnny Mox

Django Django - Django Django

Una lingua di terra polverosa e assolata che divide un nugolo di case in legno, uno sbuffo di vento a correggere la traiettoria del sudore sui visi dei duellanti di turno.
In fondo alla strada, pollici dentro i passanti dei pantaloni, due sgherri armati di folk, affilate chitarre surg e blues. Gli si oppongono psych criminale e synth-pop sulla cui testa pende una taglia fin dagli anni '80.
I Django Django, infatti, non sono altro che quattro cowboys from Edimburgo in attesa che scocchi l'ora per metter mano alla fondina e sparare il loro colpo, e che colpo, in canna.
Basta far finta che il tempo si sia fermato un istante e gonfiare il petto per dare il benvenuto al proiettile: ritti nei propri stivali, con gli occhi chiusi e lo sperone mezzo lucido e mezzo insanguinato.

Default by Django Django