Avere la musica nel sangue potrebbe trattarsi solamente di un generoso modo di dire senon lo si accostasse a Taylor McFerrin, figlio del più conosciuto Bobby (la sua ''Don't Worry, Be Happy'' è stata la prima a cappella a raggiungere la prima piazza della classifica dei singoli di Billboard) e autore di disco d'esordio che fa drizzare le antenne a tutti gli amanti della black music dagli anni zero in poi, specialmente di quella che flirta con l'elettronica. Early Riser, infatti, risente di siffatto bagaglio genetico nella maniera in cui il jazz funge da fertile terreno per piantare ritmi lenti e sintetici, in linea con la Brainfeeder che li produce, e cantati sinuosi. Rispetto al padre, Taylor preferisce meno in prima persona, lasciando che a sbocciare siano prima di tutto le ugole femminili di Nai Palm (Hiatus Kaiyote), Emily King e RYAT. Tutto ok, certo, ma il resto...''che te lo dico a fare''...
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Dhol 'n' brass. Questo è il sintetico ed esplicativo neologismo con cui i Red Baraat, combo con base a Brooklyn, qualificano fin dagli esordi la propria missione sonora: fondere lo spirito delle brass band con la cultura del Punjabi (il dhol è uno strumento a percussione tipico del bhangra, nda). Big Talk non è altro che l'ennesima sottolineatura del concetto, soltanto meno marcata del solito in quanto i quattro remix presenti nel disco, uno dei quali curato da Chico Mann, contribuiscono a fornire una piccola e piacevole strada alternativa che sfiora anche i confini del dancefloor (la rivisitazione di Halla Bol fatta da Dave Sharma). Ma nessuna sbavatura perché una mano ferma su New Orleans, il jazz e il go-go tengono il tratto nei margini e lo fanno balzare nel modo giusto all'occhio.
Big Talk by Red Baraat

Jungle Mumbo Jumbo è un disco a scatole cinesi in quanto pensato da Aaron Michel Frison, membro degli Hawthorne Headhunters e dei Platinum Pied Pipers, incentrato sulle gesta di Seymour Liberty condivise al pubblico attraverso la voce di Coultrain, entrambi alter ego di questo singer nato in Missouri. Una narrazione nascosta dentro la narrazione, un continuo ricorso all'analessi (la voce dello statunitense è una notevole macchina del tempo che fende il soul e il rhythm & blues, dalle radici fino alle sonorità più recenti, spacey), alla ricerca di un'identità perduta, propria e di una controparte femminile misteriosa, febbricitante e distruttiva (le press sheet parlano di ben sette muse ispiratrici). Un autentico termometro infilato sotto l'ascella dell'attuale scena black che ne certifica il perfetto stato di salute.
Danish & Blue, opera numero due degli americani Lilacs & Champagne, è il simbolo della nuova frontiera dello sweding: "maroccare" le colonne sonore di alcuni porno scandinavi e dei b-movies di fine anni sessanta, ricreando un'atmosfera cinematografica raffinata e straniante a base di ritmi hip-hop, torbido funky, psichedelia e liaisons lounge (in special modo con il suono della chitarra quando si spoglia del suo abito prog come in Refractory Period). Il taglia e cuci artigianale di samples, visioni e sentimenti permette a Emil Amos (attuale batterista degli Om) e ad Alex Hall, entrambi membri dei Grails, di confezionare un romanzo proibito, da leggere sotto le coperte fino a notte fonda, a lume di torcia. Una mano girerà le pagine, l'altra accarezzerà la nuda pelle. Occhi chiusi e orecchie in estasi.
Per un assaggio, in attesa che la Mexican Summer inserisca qualche traccia sul proprio soundcloud: Sour/Sweet, Le Grand e Refractory Period.
Per un assaggio, in attesa che la Mexican Summer inserisca qualche traccia sul proprio soundcloud: Sour/Sweet, Le Grand e Refractory Period.
Prossimo ai 50, lo stimato sassofonista statunitense Donny McCaslin ha deciso di dare una sterzata al suo sound. Non una crisi di mezza età ma una scelta oculata di contaminare lo spirito jazz fusion/hard bop che da sempre lo contraddistingue con l'elettronica, soprattutto nel processo di scrittura, di Aphex Twin e Boards Of Canada, quest'ultimi omaggiati con la cover di Alpha And Omega. Casting For Gravity è soltanto la deviazione più naturale dalla traiettoria intrapresa da McCaslin ed il suo quartetto, non nuovo alle sperimentazioni, con il recente passaggio dall'acustico all'elettrico. Ma non aspettatevi synth nervosi (fa eccezione Says Who) e beat invadenti. A gestire la dinamica ci pensa il sax tenore che sale in cattedra e bilancia gli elementi di questo fine sunto di jazz contemporaneo.
Alpha and Omega by Donny McCaslin
Dice il proverbio <<tale padre, tale figlio>> e se a metterti al mondo è Kelan Philip Cohran, trombettista della Sun Ra Arkestra, il risultato finale non può che essere impareggiabile oltre che scontato. Infatti l'Hypnotic Brass Ensemble, formata da otto dei ventitre rampolli del jazzista statunitense, non solo è una grande famiglia ma anche una formidabile banda di ottoni (con l'aggiunta di una batteria), come dimostra questo album omonimo uscito per la Honest Jon's. Un legame che non si limita ad intrecciare i vasi sanguigni ma anche e soprattutto gli strumenti e i confini spaziali, onorando le tradizioni proprie che quelle altrui (ad es. i mariachi in Cuernavaca, l'Africa in Stateville o l'Oriente evocato da Zingali). Fra jazz e funk (che uniti danno vita all'afrobeat), viaggio e stasi contemplativa. Pura gioia per le orecchie.
Stateville by Kelan Philip Cohran & The Hypnotic Brass Ensemble
Niente rumori sinistri, versi inquietanti che celino paternità e provenienza o paesaggi tinti dalla luce irreale di occhi felini. La notte dei Jungle By Night, gruppo di nove giovani olandesi, è costellata di flash sonori scintillanti, anche quando questi vengono messi in ammollo in atmosfere poco rassicuranti (i metallofoni indonesiani nell'iniziale Rangda).
E benché il loro album d'esordio si intitoli Hidden, qui ogni cosa esce allo scoperto, quasi come se avesse l'urgenza di apparire agli altri senza orpelli, naturale quanto il sudore che scorre sulla pelle durante una danza. Ritmo e genuinità, infatti, spopolano: dal funk di Cyclin' all'ethio-jazz di Ethiopino, con una breve digressione nella psych (l'alternarsi di m'bira e chitarra in Nightfight) e nel dub. Rubando le parole a Tony Allen, il futuro dell'afrobeat.
Ethiopino by Jungle By Night
E benché il loro album d'esordio si intitoli Hidden, qui ogni cosa esce allo scoperto, quasi come se avesse l'urgenza di apparire agli altri senza orpelli, naturale quanto il sudore che scorre sulla pelle durante una danza. Ritmo e genuinità, infatti, spopolano: dal funk di Cyclin' all'ethio-jazz di Ethiopino, con una breve digressione nella psych (l'alternarsi di m'bira e chitarra in Nightfight) e nel dub. Rubando le parole a Tony Allen, il futuro dell'afrobeat.
Paletta alta e chiaro gesto che invita ad accostare: una conseguenza naturale, visto il comportamento di Hot We Are Funk We Play.
La vettura dei francesi Funk Police, infatti, è un berlina elettrica e accessoriata, vetri black, profilo basso (strumento perno dell'album) e fare sospetto. Bisogna mostrare per forza i documenti. E quindi carta canta.
Gli esseri in questione nascono dall'incontro fra il funk, la no-wave e il post-punk di fine anni '70 e al momento sono senza fissa dimora (anche se la bolognese Avant Rec. gli ha offerto un alloggio sicuro).
Si spostano con naturalezza dall'Africa (Coco Dance) all'Inghilterra, fra un giro nelle terre del noise (Why Do I...) e una sosta per addentare un synth.
Professione? Sovversi. Segni particolari? Irresistibili.
Back Inside You by Funk Police
La vettura dei francesi Funk Police, infatti, è un berlina elettrica e accessoriata, vetri black, profilo basso (strumento perno dell'album) e fare sospetto. Bisogna mostrare per forza i documenti. E quindi carta canta.
Gli esseri in questione nascono dall'incontro fra il funk, la no-wave e il post-punk di fine anni '70 e al momento sono senza fissa dimora (anche se la bolognese Avant Rec. gli ha offerto un alloggio sicuro).
Si spostano con naturalezza dall'Africa (Coco Dance) all'Inghilterra, fra un giro nelle terre del noise (Why Do I...) e una sosta per addentare un synth.
Professione? Sovversi. Segni particolari? Irresistibili.
'[...] Ho più cicatrici nell'anima che sulle sopracciglia. Le ossa rotte non sono nulla in confronto ad un cuore spezzato è [...]', scrive il poeta Paul Polansky in "L'imbattuto" e Pabliz Yocka aka Paolo Iocca (Franklin Delano, Blake/e/e/e, ...A Toys Orchestra) con il nuovo progetto, per l'appunto Boxeur The Couer, lo prende in parola. Perché November Uniform è un disco che infila i guantoni e colpisce il pop al fianco destro, lo disorienta con montanti kraut (il drone di Forewords), dritti sintetici (Essay On Holography) e lo mette all'angolo a furia di finte freak-folk, senza però mandarlo al tappeto o schivare le tracce.Qui contano le movenze, spesso riviste al rallentatore (le atmosfere ambient in cui è calata Low Tide Lost At Sea) o in loop, le gambe che danzano, i pugni agitati nell'aria. Conta che la ferita sanguini bene e in tutta la sua bellezza.Our Glowing Days by Boxeur The Coeur
Disco e carte astronomiche alla mano, si potrebbe affermare senza ombra di dubbio che il mondo di Mo Kolours, cantante e percussionista di origine mauritana, ruoti tutto intorno al tamburo (che sia fatto di pelle tesa e legno o di piccoli tasti da pigiare) e il tamburo a sua volta faccia perno su sonorità black, dal soul all'hip-hop, completando il moto avvolgente per effetto di gravitazioni dub e attriti electro.
Si finisce col restare volontariamente in apnea prima di liberare i polmoni di quel piacere sottile che li riempiva. Giusto del fumo avviluppato a pochi centimetri dalla bocca che un attimo dopo, avida, se lo riprende.
Biddies by Mo Kolours






